domenica 6 luglio 2008

La mia gatta



Oggi è un anno che la mia Micia mi ha lasciato.
Il ricordo di lei, che è stata la mia compagna dilettissima per 17 anni e due mesi, è ancora, e mi sa che lo sarà per sempre, presente in tutti i miei gesti quotidiani; la mancanza che sento non si affievolisce neanche un po', mentre passano i giorni e i mesi.

Prenderò un altro gatto. Certo! Naturalmente. Ho bisogno di un altro gatto. Ho anche voglia, sanamente, di un altro gatto. Mi trastullo con l'idea della gioia grandissima che proverò quando avrò di nuovo per casa un gattino, tutto nuovo, con i suoi leggiadri, personali incanti. Ma pur desiderando rimando, e ancora non agisco. Succederà, mi dico, quando deve succedere. Arriverà un giorno il mio prossimo gatto, non so ancora per quali vie, ma saprò che è quello, proprio quello lì, diverso da ogni gatto che quotidianamente fantastico.
Ma forse son balle.
Forse questa esitazione è fatta anche di paura per il ripetersi della sofferenza - che è stata davvero tanta - della lunga malattia, lo strazio infame che abbiamo vissuto prima della fine, l'orrore del decidere l'eutanasia, a un certo punto indispensabile.
Sono diventata vigliacca.
Ciao Micia, ti penso sempre, e il mio ricordo della nostra vita insieme è sempre bello.

venerdì 27 giugno 2008

Tortino Andino


Incredibile! Mi sono resa conto, scrivendo la ricetta precedente, che non vi avevo mai parlato del Tortino Andino. Malissimo! Rimedio subito. La ricetta è, se non ricordo male, presa anni e anni fa dalla rubrica sul Venerdì di repubblica di Chef Kumalé: ma non ne ho la certezza, perché quando copio le ricette nel mio database spesso mi dimentico di riportare la fonte. Errore, perché così spesso non so chi ringraziare, e neanche a chi chiedere lumi se non mi ricordo qualcosa...
Comunque: il Tortino Andino è diventato uno dei miei piatti freddi delle feste. Mi piace da matti, ed è molto bello da portare a tavola. Però mi fa anche un po' tristezza, perché è legato a una persona che ho amato. E per la quale, anche se gli voglio sempre bene, ahimè ora non cucino più.
  • 1,5 Kg patate
  • 1/2 kg gamberi
  • 2 limoni spremuti
  • 2 pomodori ramati maturi
  • prezzemolo
  • 1 uovo
  • maionese
  • olio
  • aceto
  • sale
  • chili
Lessare i gamberi e sgusciarli. Lessare le patate, sbucciarle e passarle nello schiacciapatate. Lavorare l'impasto ottenuto aggiungendo il succo di limone, qualche presa di chili e aggiustare di sale. Sistemare quindi un primo strato d'impasto all'interno di una pirofila circolare, leggermente unta d'olio. Adagiare le code di gambero sminuzzate e condite con abbondante maionese. Stendere un secondo strato di impasto e procedere con i pomodori pelati, privati dei semi, fatti a pezzettini, (attenzione a far sgocciolare molto bene l'acqua) e conditi con prezzemolo tritato, olio, sale, uno spruzzo d'aceto e poca maionese. Concludere con un ultimo strato di patate, pressare bene il tutto e mettere in frigo un paio d'ore. Rovesciare su un piatto da portata, decorare con spicchi d'uovo sodo e riccioli di maionese.

Quaranta gradi all'ombra 1

Passare dalla polenta e camoscio al gazpacho in meno di una settimana qualche scompenso lo produce. Oggi ho acceso il forno per fare un masticone di zucchine, ma sono pazza? No, però in effetti sragiono un po', e mi sono resa conto troppo tardi dell'idiozia del gesto.
Comunque, già che in cucina si navigava nel torrido, ho pensato bene allora di lessare quattro patate per fare questo tortino freddo peruviano, che poi è circa la versione povera (e probabilmente più verace) del Tortino Andino. Io l'ho leggermente ibridato con quest'ultimo: nella ricetta originale le patate non sono condite con limone e chili, e non c'è ombra di cetriolini.
Tortino peruviano di patate e tonno
  • 4 patate lesse grandi come un pugno (mio)
  • 1 scatoletta da 160 gr di tonno al naturale (possibilmente trancio, e di ottima qualità, non quella poltiglia dolciastra stomachevole che esce dalle scatolette normali)
  • 3 gambi di sedano
  • 1/2 cipolla rossa, o 1 cipollotto fresco
  • 2 cetriolini sottaceto
  • 4 cucchiai di maionese
  • 1/2 limone spremuto
  • 1 pizzico di chili in polvere
  • capperi per guarnire
Lessare le patate, sbucciarle e passarle nello schiacciapatate. Lasciarle intiepidire e condirle con il peperoncino e il limone. Fare un trito grosso con il sedano, la cipolla e i cetriolini, unirlo al tonno e condire con sale e maionese quanto basta per amalgamare bene.
Ungere una terrina rettangolare (dimensioni 20 x 15 circa), fare uno strato con metà delle patate e pressare bene. Aggiungere sopra il composto di tonno e distribuirlo uniformemente, facendo attenzione che non fuoriesca dai bordi. Coprire con le restanti patate, compattare bene il tutto e mettere in frigo per almeno un paio d'ore.
Al momento di servire, rovesciare il tortino su un piatto da portata, con un coltello affilato e bagnato inciderlo a rombi, e guarnire ogni rombo con un cucchiaino di maionese e un cappero.
(La foto? Non posso, adesso: deve stare in frigo fino all'ora di cena. Vi toccherà aspettare stanotte).

martedì 17 giugno 2008

Bracioline verdi

Spessissimo, da raffinata intenditrice quale sono, mi capita di mettere insieme la cena esclusivamente sulla base di quello che mi va. E altrettanto spesso la somma di quello che mi va non ci azzecca assolutamente niente, e produce un discreto guazzabuglio di sapori del quale io godo lo stesso, alla faccia dell'ortodossia delle regole del menu.
Ieri sera, per esempio, mi andavano le bracioline verdi (che sarebbero quei birignaccoli orrendi nella foto); e poi mi andava una pannocchia di mais dolce la burro e paprika. La pannocchia l'ho comprata per far assaggiare il mais fresco alle mie cocorite, che ormai si sono lanciate negli assaggi sfrenati. Quindi a me ne è toccata una sola, e ai pennuti tocca quella cruda. Insomma, dicevo, le bracioline verdi sono una ricetta che adoro e della quale non so più chi ringraziare, perché quando l'ho copiata nel mio archivio non mi sono segnata l'origine. Chiunque sia, sappia che sono entrate nella mia cucina e ci sono rimaste intrappolate per sempre.


Si fanno così:
  • 150 gr di carpaccio di vitello tagliato a fettine piccole
  • 30 cent di prezzemolo (quotazione milanese in data odierna): che equivale a circa il doppio di quello che riterreste ragionevole mettercene
  • 4/5 cucchiai di parmigiano o grana grattugiato
  • la buccia di mezzo limone
  • 1 spicchio d'aglio
  • olio extravergine
  • sale
  • pepe
Si mette tutto tranne le fettine nel mixer e si riduce in crema, con l'aiuto di abbondante ma non esagerato olio.
Si schiaffa una fettina sulla mano sinistra (per i destrorsi) e ci si spalma sopra uniformemente un cucchiaino o due di ripieno. Con agile mossa della mano destra si arrotola la fettina (se avete seguito un corso da sigarai a Cuba, sarete senz'altro facilitati).
Poi si mette un po' di salsa sul fondo di una pirofila, si allineano strette strette le bracioline e le si cosparge con la salsa rimanente. Si inforna a 180° per mezz'oretta. Bisogna tener pronta una discreta quantità di pane per fare scarpetta.

Adesso che ci penso, la ricetta dev'essere del sud, perché al nord questi si chiamerebbero involtini, qua da noi per bracioline si intende tutt'altro. Potrebbe essere pugliese?

venerdì 13 giugno 2008

Bag-in-box

Packaging ecologicamente ed economicamente virtuoso che il mio vinaio adorato mette a disposizione, e che io uso con grande contentezza. La scatola si compra una volta sola e si riusa, inserendoci le buste successive; non si butta via vetro; si risparmia un sacco di spazio. La busta ahimè non si può riciclare, ma mi sembra che più di così proprio non si possa fare.
Ogni busta contiene 3 litri (4 bottiglie esatte). Volendo potete metterla in frigo così com'è, senza neanche la scatola, e spillarvi l'occorrente al bisogno.

http://www.la-vineria.it/

mercoledì 4 giugno 2008

Frutteto e pollaio

Insomma, qua si lamentano tutti. Tavola deserta, zero ricette, ospiti abbandonati a se stessi con tristi avanzi di cambusa. Verranno tempi più conviviali.
La mia condotta alimentare, in questo periodo, è di pura routine: per questo non compaiono cose nuove. Non ne faccio. Mangio spesso le mie cose preferite, che mediamente ho già pubblicato, quindi non ho motivo di parlarne. Non ho voglia di occupare la testa con la cucina, tutto qua.
Ma mi verrebbe da dire: chi lo ha mai detto che questo era un blog di cucina? Non lo è. Non lo è mai stato. All'inizio non pubblicavo neanche le ricette, poi siete stati voi a chiedere e allora l'ho fatto, ma come sapete qua dentro non c'è niente di che, da quel punto di vista. Ogni tanto invento qualcosa che mi riesce e lo condivido, più spesso faccio cose che ho trovato altrove e mi son piaciute.
L'idea di base era di intrattenere - fondamentalmente me stessa, ed eventualmente chi passava di qua - in quell'oretta sospesa, di fame assoluta e di relativa solitudine, che va dall'imbrunire all'ora di cena. Momento critico nella mia giornata, in cui tutto il mio essere assume le fattezze e il sentimento del Bracchetto con la ciotola in bocca. Di blog di cucina veri, belli, creativi e a volte anche professionali, è pieno il mondo.
Ma parlare del mangiare mi è sempre piaciuto. A me piace raccontare della mia cena domestica, e soprattutto mi piacerebbe sentir raccontare delle altrui ciotole, in un afflato che per un momento mi fa sentire parte del mondo là fuori, dal quale vivo esageratamente appartata.
Ciò detto, stasera in tavola ci sarà un sano, semplice pollo arrosto (curioso: non ricordo di averne mai cucinato uno), e dell'insalatina dell'orto che viene fresca, o per meglio dire fradicia, dato il tempo, dalla Toscana.
Dalla campagna dei miei vengono anche le clamorose sei uova regolamentari delle loro galline stra-coccolate, e un pugno di ciliegie salvate dal diluvio. Parco ma delizioso mangiare, che dedico a chi apprezza le cose semplici e buone.

(Linda ha avuto in dono dei rametti freschi di salice, nocciolo e melo, che hanno sostituito i posatoi anonimi della sua gabbietta. Così mette le sue buffe zampette a quattro dita su qualcosa di legno vero, almeno, e si diverte a scortecciarli).

venerdì 30 maggio 2008

Spiluzzicare

Sono assente e distratta. Ma ho i miei buoni motivi: ho molto da fare con Linda, che ogni giorno impara qualcosa di nuovo. La piccola cocorita ha fatto enormi progressi e mi dà belle soddisfazioni. Ormai sta in esplorazione per casa la maggior parte del tempo, e torna in gabbia da sola quando vuole. Ha imparato che le cose verdi sono buone da mangiare, e quella che lei considera la distanza di sicurezza tra noi si è molto accorciata, grazie alla sua passione per le barbe di finocchio. Prenderli per la gola, funziona immancabilmente.

Però, nonostante i miei sforzi anche nella presentazione, con la frutta ha ancora un rapporto interrogativo...

giovedì 22 maggio 2008

Sgranocchiare

Cantuccini al formaggio puzzone:

200 gr farina 00
100 gr formaggio puzzone semistagionato (io ho usato un formaggio innominabile al tartufo che giaceva da Natale, dimenticato. Non so assolutamente dirvi cos'è, ma cercatevi un formaggio che sia a pasta semidura, più è olezzante e meglio è)
50 gr di mandorle sgusciate non pelate
1 uovo
1 cucchiaino di lievito istantaneo (quello per pizze last minute)
un goccio di latte (eventuale)
2 o 3 cucchiai da minestra di olio extravergine
pepe
sale

Setacciare la farina con il lievito in una ciotola. Aggiungere l'uovo, poi l'olio, il formaggio grattugiato con la grattugia a fori larghi. Mescolare tutto quanto, se occorre aggiungendo il latte strettamente necessario a rendere l'impasto lavorabile. Trasferirlo sul piano, lavorarlo il minimo indispensabile e incorporare le mandorle. Formare due panetti larghi quattro dita (di una manina femminile, se siete manovali facciamo tre) e alti uno. Metterli in frigo a riposare mentre si scalda il forno a 180°. Cuocere 30 minuti. Estrarre e far raffreddare. Poi tagliarli a fettine, e rimetterli in forno a tostare per una decina di minuti, fino a doratura.
Con queste dosi ne ho fatta una teglia giusta giusta.

(E adesso, fine dei festeggiamenti: nemmeno la Regina Madre ha genetliaci tanto estesi.)

sabato 17 maggio 2008

maggio

When skies are gentle, breezes bland,
When loam that's warm within the hand

Falls friables between the tines,

Sow Hollyhocks and columbines,
The tufted pansy, and the tall
Snapdragon in the broken wall,
Not for this summer, but for next,
Since foresight is the gardener's text,
And though his eyes may never konw
How lavishly his flowers blow,
Others will stand and musing say
"These were the flowers he sowed that May".

Vita Sackville West - "The Land"
Quando i cieli sono miti, le brezze carezzevoli,|quando la terra è calda nella mano|e cade friabile tra i denti della forca,|semina il malvone e l'aquilegia,|la cesposa viola del pensiero, e l'alta|bocca di leone nelle fessure del muro,|non per questa estate, ma per la prossima,|da che la preveggenza è la regola del giardiniere,|benché i suoi occhi possano non veder mai|l'abbondanza dei fiori dischiudersi,|altri saranno a contemplare dicendo|"Questi erano i fiori che seminò quel maggio".
Nel video, la voce di Vita Sackville West legge i suoi versi (nella seconda parte, se avete pazienza di arrivarci, le strofe che ho trascritto dal libro "Un giardino per tutte le stagioni").


È bello nascere in maggio. La natura per pochi giorni accetta di svelare tutti i suoi segreti, è un tripudio generoso e aperto, le inquietudini placate, la bellezza è generosa e accessibile. Questo compleanno è stato dolce. Qualche fiore vero - le peonie che amo tanto- e altri fiori sotto forma di pensieri delicati e commoventi. Sono sempre più contenta e orgogliosa delle persone che mi vogliono bene. Se me le merito anche solo un po', non sono messa per niente male.

sabato 10 maggio 2008

Gran Menu per umani e pennuti

Con questo squisito guazzetto di seppie, polpo e totani la mia mamma è riuscita a fare felici me e la mia cocorita in un colpo solo. Lei ha sempre di questi pensieri delicati.

1 polpo piccolo
2 seppie grandi
2 totani grandi

pomodori da sugo

vino bianco

aglio

prezzemolo

sale, peperoncino, olio extravergine

1 tappo di sughero

Pulire le bestie e farle a striscioline. Fare a pezzi i pomodori.
Soffriggere aglio e prezzemolo e un pezzetto di peperoncino in una pentola di coccio, aggiungere il polpo. Farlo andare qualche minuto a fuoco dolce, e sfumare con poco vino bianco. Aggiungere le seppie e i pomodori - che faranno molta acqua - e il tappo di sughero. Quando il tutto si è un po' asciugato, aggiungere anche i totani e portare a cottura. In tutto la pignatta starà sul fuoco circa un'ora.
Si mangia così, magari con del pane cafone.
Con l'avanzo, tagliuzzato un po' grosso, ci si condisce voluttuosamente una pasta.

Gli ossi della seppia li lavate bene, li mettete a bagno per un'oretta con un po' di limone, a meno che le vostre cocorite non apprezzino l'odore di pesce (può darsi benissimo, certe lo amano), li fate asciugare bene al sole e gliele fornite "nature". Se le sgranocchieranno con calma e compunzione, quando sentiranno bisogno di calcio.

Con mia grande gioia, Linda da qualche giorno ha iniziato le sue prove di volo libero.
Ha usato le sue stupende ali per la prima volta con grande disinvoltura; vola molto bene per essere cresciuta in gabbia, non pensavo che avesse da subito tanta sicurezza.
È meraviglioso vederla sfrecciare in larghi cerchi - un lampo blu sulla mia testa - e posarsi tranquilla sul suo ramo, dove poi passa il pomeriggio ciangottando e chiacchierando. Quando è il momento di rientrare le porgo un rametto, lei ci sale e si lascia accompagnare nella sua casetta. Sono contenta che il mio piano si stia realizzando: tenere un uccellino sempre in gabbia non mi piaceva per niente. Ce la caveremo bene.

venerdì 2 maggio 2008

Voglia di pasta

La voglia di pasta mi viene raramente, ma non perdona. Ieri sera ho avuto un attacco particolarmente virulento, ma non della solita pasta (serata di capricciosità massima) e sono andata a scartabellare in archivio per vedere se c'era qualcosa in attesa di sperimentazione. Figuriamoci se non c'era... ringrazio FDM per avermi dato il permesso di pubblicare la ricetta, che ho leggerissimamente modificato e che ho trovato entusiasmante.
Le foglie di vite le ho sempre in casa: metti che mi venga voglia di fare i dolmades, piatto greco che regolarmente mi dimentico sul fuoco dopo ore di lavoro ad arrotolare involtini minuscoli. In casa mia si mangiano solo dolmades bruciaticci, ormai è tradizione. Non sapevo che stessero benissimo anche con la pasta!


Trenette alle foglie di vite
(dose per due persone normali, quelle che per un piatto di pasta da 80 grammi non si degnano neanche dimettere su l'acqua)
  • 250 gr di trenette. Io non le avevo e ho usato gli spaghetti integrali Barilla (e non fate argh! Sono proprio buoni).
  • una ventina di foglie di vite medie fresche o in salamoia o sotto sale, come più facilmente le trovano i cittadini come me
  • un limone non trattato.
  • una manciatina di capperi sotto sale
  • pecorino semistagionato
  • 1 spicchio d'aglio
  • prezzemolo
  • pepe (la ricetta originale prevedeva il peperoncino, ma secondo me il pepe ci sta meglio)
  • olio extravergine saporito
Se usate le foglie fresche, scottatele brevemente in acqua leggermente salata e scolatele bene. Se usate quelle in salamoia o sotto sale, mi raccomando dissalatele molto accuratamente in abbondante acqua calda, cambiandola almeno tre volte. Sono sempre salatissime. Tritatele finemente. Dissalate anche i capperi (stessa raccomandazione). Spremete il limone, e dalla buccia ricavate dei filetti con il rigalimoni. Tritate il prezzemolo, grattugiate il pecorino. Mentre la pasta cuoce - nell'acqua non salata, a meno che non abbiate usato le foglie fresche- imbiondite l'aglio nell'olio in padella, aggiungete il trito di foglie di vite e dopo un po' i capperi. Fate andare a fuoco dolce per pochi minuti, aggiungendo un mestolino d'acqua se asciuga troppo. Preparate una emulsione con il succo di limone, un paio di cucchiai d'olio, una macinata di pepe nero e i filetti di scorza. Scolate la pasta al dente e molto umida, spadellatela con il condimento aggiungendo l'emulsione. Spegnete il fuoco, aggiungete il prezzemolo, mescolate e servite spolverato con il pecorino.
La foto è quella che è, ma mi si freddavano.

lunedì 28 aprile 2008

Alici & Arancine

Le Alici in tortiera e le Arancine della Armida fanno parte delle prelibatezze doppie: sono prelibate in sé, e lo sono il doppio perché legate ad una parte della storia della mia vita che ricordo con piacere. Quando ancora le cose sembravano poter andare per il verso giusto, e il futuro era un orizzonte apparentemente illimitato.


Oltre a cucinarle per me l'altra sera, mi ha anche mandato le ricette:

ALICI IN TORTIERA

Le alici erano in tutto 40, lavate con acqua e aceto di mele, il pane grattugiato si e no 6 cucchiaiate (puoi abbondare, si conserva in frigo chiuso in un barattolo e può essere utile anche per altro), cui va aggiunto 1 pizzico di sale, abbondate pepe macinato, molto prezzemolo tritato, olio fino a che l'impasto è morbido ma non bagnato, il succo d 1/2 limone; volendo e potendo si possono anche aggiungere uvetta e pinoli tritati. Si passa l'acciuga dai due lati sul pan grattato condito, si arrotola su se stessa e si mette in tortiera con l'aggiunta di un paio di foglie di alloro (ci stanno molto bene anche le foglie del limone, avendole). Un'ultima pioggia d'olio e poi sotto il grill per non più di 5 minuti.


Personalmente, le amo più senza uvetta e senza pinoli. È una delle poche ricette di pesce che amo senza riserve.


ARANCINE


A Palermo arancine, sullo Stretto arancini.

Per quei venti della foto, 1/2 kg di riso Roma, 1 uovo, un po' di burro, un bel po' di parmigiano, un po' di pepe; e il solito pan grattato che nella cucina siciliana fa la parte del parmigiano reggiano. Volendo si possono colorare con lo zafferano o la curcuma. Naturalmente, olio per friggere, oliva va bene, con quello d'arachidi sono più leggere.
Cuoci il riso al dente, prima che sia freddo aggiungi il burro e il parmigiano. Lasci raffreddare e impasti con il tuorlo dell'uovo, mentre l'albume lo batti a neve più ferma che puoi. Bagni entrambe le mani e prepari le pallottole, al cui interno puoi anche mettere un pezzetto di formaggio dolce (per non parlare del ragù, ma quella è un'altra storia), bagni bene con l'albume e passi nel pangrattato che così aderisce bene e non si stacca, Puoi prepararli con largo anticipo e friggerli quando vuoi.

N.d.R. Le pallottole sono piccine, circa come un uovo.
Lei frigge le arancine in un pentolino piccolo e profondo, a tre o quattro per volta curandole una per una. E le frigge pochissimo, appena appena dorate, senza traumatizzarle.
L'altra sera, nel congedarmi, ho visto con la coda dell'occhio - l'occhio del rimpianto- che ne era avanzata una, solitaria. Solo un rimasuglio di decenza mi ha impedito di farmela dare per la colazione del mattino dopo.

martedì 22 aprile 2008

Benvenuta!

Alcune amiche mi avevano minacciato di non venire mai più a casa mia se avessi preso un uccellino. "Crudeltà! Orrore! Tristezza! La gabbia, il lager, la prigionia! Ma come puoi fare una cosa del genere! Ahhh! Uuuuuh!".
Ci ho pensato su quasi un anno. È vero che a noi fa tristezza vedere le sbarre di una gabbia, ma francamente io ho fatto vivere una gatta per 18 anni in un appartamento, senza la parvenza di una vita sociale autonoma, senza accoppiarsi e figliare, senza cacciare, senza altra compagnia che la mia, e ce la siamo passata abbastanza bene. Certo:con dei limiti - sui quali io mi facevo un sacco di problemi, la gatta molti meno... Ma poiché non c'erano sbarre visibili, nessuno si indignava. Mi pare che la gente spesso non ragioni con gli organi preposti.
Mi sono informata. Le cocorite sono uccellini socievoli che si abituano presto e volentieri a volare liberi per casa, e a tornare in gabbia per conto loro quando sono stufi. Ed erano anni che desideravo averne un paio con me: sono irresistibili con quelle facce buffe ed espressive, e quei colori meravigliosi.
Così, sabato è arrivata lei. È cucciola, non ha neanche tre mesi. È bellissima, con questo suo vestitino azzurroviola che, come ha detto un amico, sembra polverina di farfalle. Sembra simpatica, ovviamente è un po' frastornata dal cambiamento di habitat e soprattutto dalla mancanza dei suoi fratelli pennuti. Ma dice vigorosamente CIORP! quando la chiamo, e le piace ascoltare Fiorello alla radio e i versi degli uccelli dal web.
Io ovviamente sono rimbesuita di passione, e completamente incantata da lei. Vado a rubarle il tarassaco nelle aiuole comunali e mi sveglio (!!!) presto al mattino per vederla. Mi ha portato grandissima allegria.
Ora devo trovarle un nome e soprattutto un compagno giovane e bello come lei.
Prossimamente molte ricette con le seppie: prevedo un gran consumo di ossi.

mercoledì 16 aprile 2008

La Rossa e la Bianca

In questo weekend di delizie, numerosissime sono state le soste in vari punti di ristoro. D'altra parte il ristorarsi è il vero senso dell'andare a zonzo, no?
Si è cominciato con numerosi Vermentini di benvenuto appena scesa dal treno il venerdì, e si è finito con La bianca e La rossa domenica sera, prosciugando nel percorso tutto quello che ci si parava davanti: le scorte di prosecchi (accuratamente predisposti in frigo dall'Ospite), altri vermentini assortiti, e l'immancabile Kyr del Turista a Mentone. Ho rifiutato recisamente, per non smentire la mia fama di biancofila, solo l'assaggio del Rossese, anche se adesso un po' mi dispiace: ma più della curiosità ha potuto la coerenza. Insomma, due idrovore.
Ma la birra di Apricale, proveniente da un birrificio artigianale sito in un paesino medievale arroccato nell'entroterra, è stata una rivelazione.
Birra artigianale non pastorizzata ne avevo già assaggiata, e mi era già piaciuta: ma questa (la Bianca) era davvero meravigliosa, e con una particolarità: un intenso profumo di fiori, nella fattispecie di pitosforo, in raffinata sintonia con il luogo e con la stagione. Profumo di pitosforo nell'aria della sera e nella spuma soave del bicchiere, che sciccheria.
Se vi capitasse, è proprio da provare, anche se siete Brunette come noi.

martedì 15 aprile 2008

Respiro.


Un pomeriggio idilliaco. Clima inglese, perfetto per la gloria di questi giardini; amica ideale; tanta bellezza da non saper più dove guardare.
E per finire, come se non bastasse, il Mare.

Sabato 12 aprile, ai Giardini Hanbury - La Mortola, Imperia

mercoledì 9 aprile 2008

Omaggi (2)

Le amiche emigrate che tornano in patria per poche ore, trovano comunque il tempo per portarmi le mie schifezze preferite.
A questo giro, fresco da Londra arriva un rifornimento di Marmite (che serve per fare il riso in bianco alla Marmite, celeberrima ricetta della quale detengo il copyright) corredato di agghiaccianti quanto per me inediti accessori. I grissini sono tra le cose più cattive che ho assaggiato nel settore snacks, salvo forse certi che avevo mangiato in Giappone. Invece le gallette di riso alla Marmite - rivelazione! Clamorose. Puro polistirolo scrocchiantissimo e aromatizzato senza risparmio. Assuefazione garantita.

(Stasera in menu: letterine col dado al glutammato, fonduta Svizzera già pronta al microonde e insalata in busta). Voi?

domenica 6 aprile 2008

Omaggi

Le amiche che vengono a cena portano raffinati bouquet commestibili.
Quando ci si fa una reputazione...

martedì 1 aprile 2008

Indovinello

Indovinare la mia cena di ieri sera, prego.
(Cucina pesantissima!) :-)


Soluzione:

domenica 30 marzo 2008

Fallimento

Passo. Io ci ho provato, ma non ci sono riuscita. La conversione finisce qua.
Doveva essere la soluzione, ma il regime a basso IG è durato sì e no due settimane. Nelle quali non ho perso un grammo.
Dopodiché, ho sì mantenuto alcune buone abitudini, ma assolutamente non sono riuscita a rendere naturale e abituale un tipo di alimentazione che fondamentalmente mi è estranea come concetto. Passata la fase di assatanamento iniziale, non mi è concepibile l'idea di calcolare cosa mangio in base a una strategia complessa a base di calcoli sui carichi glicemici: ho voglia di mangiare quello che mi va!
La cosa scoraggiante è che, come torno non dico a fare follie, ma a bere un po' di vino e a mangiare qualcosa che mi piace, ingrasso immancabilmente. Al ritmo implacabile di un chilo al mese.
Almeno ho imparato fare il pane con il lievito naturale. Son soddisfazioni. E la pasta di farro non è affatto male, tutto sommato. Resta da capire cosa diavolo me ne faccio delle penne rigate di segale. Dubito che al canile le accettino per il pappone.

domenica 23 marzo 2008

Il battesimo del Casatiello

Non lo avevo mai fatto prima (e neanche mai assaggiato). Così, per sicurezza, per il mio primo casatiello mi sono fatta aiutare dai miei prodi assistenti.


Per ricompensa, ne hanno voluto uno piccolo apposta per loro.

Alla fine erano molto provati, e non hanno fatto le solite storie per andare a letto.

giovedì 20 marzo 2008

Uova fritte incarpione


La saga del carpione prosegue. Pare che se uno comincia non si ferma finché non ha più niente in casa da carpionare. Temo che presto vedrete comparire quaderni in carpione, cuscini in carpione, pantofole in carpione.
Comunque, per Spalluzza che non ama le uova sode, ho fatto queste (divertendomi molto a fare le uova di quaglia al tegamino: sembrava la cucina dei nanetti).

18 uova di quaglia (o 6 uova di gallina, fate voi)
burro
olio
1 cipolla bianca grande
un bicchiere di aceto bianco
un bicchiere di vino bianco
salvia
sale
pepe

Friggere le uova nel burro e metterle in una ciotola stratificate facendo attenzione a non rompere i tuorli.
Nella stessa padella, aggiungere un goccio d'olio e far appassire le cipolle affettate. Quando sono morbide aggiungere l'aceto, il vino, la salvia, sale e pepe. Far sobbollire dieci minuti, e versare la marinata caldissima sulle uova. Dev'essere abbastanza per coprirle. Conservare in frigo un paio di giorni.

mercoledì 19 marzo 2008

Anniversario!


Questo posto compie un anno! Chi l'avrebbe mai detto...
Me ne sono accorta adesso. Non ho niente da mettermi!
Voi soffiate. Io esprimo il desiderio.
Grazie.

martedì 18 marzo 2008

Uova di quaglia in carpione

Quando ero ragazzina, mia mamma era convinta che io corressi il rischio di qualche terribile malattia reumatica, e mi faceva fare delle tremendissime iniezioni settimanali di non so cosa. Era un non so cosa di particolarmente doloroso, una polverina che richiedeva un siringone da cavallo, e ago di conseguenza. Per sottopormi alla cura (che ovviamente mi ha lasciato una eterna fobia per le iniezioni, essendo la mia persona un terreno fertilissimo per ogni tipo di fobie), andavo da una infermiera vicino casa. La quale, per aiutarmi a sopportare la tortura, aveva trovato un sistema infallibile. In casa teneva due quaglie. Così, da compagnia. Erano uccellini bellissimi, grassocci e molto domestici. Mi permetteva di tenerne una, mentre mi punzecchiava: con quell'animaletto caldo, morbido e fragile in mano, restavo immobile per tutti i minuti necessari al tormento, e mi consolavo anche parecchio.

Le uova di quaglia, tipico acquisto compulsivo pre-pasquale, l'altro giorno le ho messe in carpione: le ho fatte sode, e mentre le sgusciavo ho fatto appassire in tegame una cipolla bianca affettata. Poi ho aggiunto un bicchiere di aceto bianco e uno di vino bianco, abbondante dragoncello, sale e pepe in grani. Ho fatto sobbollire dieci minuti, e ho versato la marinata bollente sulle uova.
Dopo due o tre giorni di frigo, tolte dalla bagna, sono pronte per essere servite insieme agli altri antipastini, o all'aperitivo.

giovedì 13 marzo 2008

Coste in fricassea


Uno dei sistemi per farmi piacere qualunque cosa , a parte quello di impanarla e friggerla, è quello di farla in fricassea.
La salsina di uovo, prezzemolo e limone riesce a rendermi attraente persino le coste di bietola, ed ecco la ricetta che opera ogni volta 'o miracolo (che Marina gentilmente mi cede senza diritti, nevvero?).
Ricetta che la massaia avveduta apprezzerà non solo perché è buonissima, ma anche perché permette di utilizzare tutto quel bendiddio che avanza quando pulite la bietola per usare le foglie.

• coste di bietola
• 1 cipolla piccola
• 1 tuorlo d'uovo freschissimo
• 1 limone
• prezzemolo
• parmigiano
• olio

Affettate finemente la cipolla e fatela appassire in una padella con poco olio.
Aggiungete le costine di bietola lavate e tagliuzzate, salate leggermente e fatele cuocere coperte, a fuoco basso, finché non saranno tenere, aggiungendo un goccino d'acqua ogni tanto, se occorre.
Nel frattempo mescolate in una ciotola il tuorlo d'uovo con il succo di un limone, il parmigiano, sale, pepe e abbondante prezzemolo tritato molto fine.
Versate il tutto sopra le bietole e mescolate un pochino, lasciando cuocere ancora un minuto a fuoco dolce.

il Pomelo

Beccatevi questo (nella foto, accanto a un limone). Il frutto più inutile della terra.
Ma figuriamoci se io me lo lascio scappare, quando al mercato mi trovo al cospetto di una specie di pompelmone grosso come un pallone da rugby, che si rivelerà altrettanto insapore.
Il venditore mi giura che sa di mela. Sarebbe disposto a dichiarare qualsiasi cosa, ne ha una tonnellata ancora da smaltire alle tre del pomeriggio. Chissà quante belle vitamine - penso io - e me lo porto a casa.
Giace ormai da sabato scorso in frigo, in attesa che la muffa mi autorizzi a liberarmene.
Come vedete, la mia tavola è tragicamente deserta di argomenti, questa settimana. E non solo quella.

L'immenso Altan così faceva dialogare due omini immersi nel mare fino alle ginocchia:
"Le sue mutande sono logore e consunte" diceva uno.
"Vedesse i coglioni che ci sono dentro..." rispondeva l'altro.

Ecco.

lunedì 10 marzo 2008

Pane con farina bigia

Rinfrancata dalla pausa di ieri sera (coniglio in salsa con riso Gange, e una intera bottiglia di Vermentino): una cena umana e finalmente soddisfacente che mi ha rimessa al mondo, mi sento pronta a fare rapporto sulla panificazione arci-bio dei giorni scorsi.

Il pagnottone è di farina bigia, che ho comprato in Svizzera. Il pane bigio, insieme al pane cafone, è tra i miei preferiti in assoluto. La farina bigia è una farina semi-integrale, ottenuta dopo l'estrazione della farina bianca. Non contiene più il germe del chicco, ma ancora circa il 10% dell'involucro esterno; ha un colore beige rosato, e un sapore molto ricco. Naturalmente il mio pagnottone non è all'altezza di quello che mangio in Engadina, ma il sapore non sfigura affatto.

Come lievito ho usato il mio sourdough starter di farina integrale, rinfrescato due volte con la farina bigia.
Ho seguito ancora questa ricetta qua, con questi tempi:

• Ho fatto due rinfreschi del lievito a pari peso, a distanza di 4 ore uno dall'altro (ovvero subito dopo il picco di lievitazione, che in questo caso è stato raggiunto molto rapidamente)
• Ho impastato la biga dopo altre 4 ore, e l'ho lasciata lievitare 5 ore, poi l'ho messa in frigo per la notte
• Il giorno dopo ho fatto l'impasto, l'ho fatto lievitare 3 ore, poi l'ho piegato e l'ho messo a lievitare di nuovo nel cestino per 2 ore, e ho cotto il pane per un'ora circa.

Non sono esperta, ma mi sembra che questo lievito agisca molto rapidamente rispetto a quello che ho letto in giro. Mentre sulle dosi seguo strettamente la ricetta originale, per i tempi mi regolo del tutto empiricamente: osservo, e quando mi pare che l'impasto abbia raggiunto il volume e la consistenza giusta, procedo con il passaggio successivo. Prendo appunti, per capire che differenze ci sono tra gli impasti fatti con le diverse farine che sto usando.

venerdì 7 marzo 2008

Zuppa di zucchini e avocado


Ogni tanto succede anche a me di improvvisare queste cosine chic, che fanno tanto MarieClaire. Non arrivo a fotografarvele nei bicchierini - ho ancora qualche residuo di ritegno - ma potrebbero benissimo starci.
Stasera in tavola una crema fresca e vellutata, in versione rigorosamente a basso IG.

Zuppa tiepida di zucchini e avocado
ovviamente per due persone:

• tre zucchine chiare
mezzo avocado morbido e maturo
uno spicchio d'aglio fresco
mezzo limone
tabasco
sale
olio extravergine fruttato

Fare a pezzetti le zucchine, metterle a cuocere in poca acqua salata. Portare a cottura (circa 20 minuti). Fare una dadolata con 1/4 dell'avocado e conservarla spruzzata con qualche goccia di limone, l'altro quarto metterlo in pentola insieme allo spicchio d'aglio. Frullare con il frullatore a immersione finché il composto sarà perfettamente liscio. Spegnere il fuoco.
Aggiungere il succo di mezzo limone, e servire tiepido con i dadini di avocado, uno spruzzo di tabasco e un giro d'olio.
Io mi sono accontentata così. Ho però sentito la mancanza di qualcosa di croccante, per cui penso che, omettendo il limone e usando dell'olio al peperoncino invece del tabasco, ci starebbero benissimo dei crostini di pane tostato (in questo caso addio basso IG). O meglio ancora dei pinoli appena soffritti.

domenica 2 marzo 2008

Dettagli

Ho prodotto il mio primo pane di (quasi) segale con il sourdough starter. Sarebbe anche venuto benino (circa due giorni di lavoro, ma tanto qua abbiamo tutto il tempo del mondo da sbatter via), se solo mi fossi ricordata di metterci il sale. Maledizione.
Ci sono giorni in cui il minimo fallimento è intollerabile, e giustifica compensazioni estreme. O forse ci si procura i fallimenti per giustificare l'estremo desiderio di compensazioni?
Comunque sia ho fatto saltare il tappo a una bottiglia di Serprino, e come se non bastasse dopo ho fatto fuori almeno quattro quadretti di cioccolata. E non sono ancora soddisfatta. Compensata? Pochissimo.

mercoledì 27 febbraio 2008

Pane 100% integrale con sourdough

Facciamo le persone serie. Questo è il risultato delle dannazioni della scorsa settimana.
Sono soddisfatta. Il pane è poco alveolato (con la farina integrale, senza tagli di farina di forza, mi sa che non si riesce a fare di meglio) ma abbastanza alto, con una bella crosta croccante. Con mia sorpresa il sapore acido, tipico del lievito madre, non si sente quasi per niente; invece è comparso chissà come un profumo leggerissimo di miele, molto gradevole.
Merito del poderoso sourdough Milano NW, che nonostante i pasticci è venuto su davvero bene.
Ringrazio Maruzzella per la ricetta http://ilcuoreeunafrattaglia2.wordpress.com

Ingredienti per una pagnotta da circa 1 kg

120 gr sourdough
650 gr farina di grano tenero integrale macinata a pietra

370 gr acqua

15 gr sale


• Dopo aver fatto gli opportuni rinfreschi al lievito madre, il pomeriggio del giorno precedente a quello in cui intendete sfornare il pane, preparare il primo impasto con:
120 gr di sourdough
150 gr farina

60 gr di acqua riposata
Impastare non più di tre minuti, mettere a lievitare coperto da pellicola a temperatura ambiente fino al raddoppio (il mio impasto ci ha messo circa 5 ore). Mettere in frigo per la notte.
• La mattina del giorno successivo, fare il secondo impasto con:
310 gr dell'impasto precedente
500 gr farina

310 acqua

15 gr sale

• Impastare per 15 minuti regolando, se necessario, acqua e farina per avere una massa soffice ma consistente. Io quando impasto in questa fase sbatto vigorosamente, ogni tanto, la pasta sul piano per aiutare il formarsi della maglia glutinica. Mettere a lievitare fino al raddoppio (circa 4 ore).
• Schiacciare e stendere delicatamente l'impasto sul piano infarinato, piegarlo in tre e poi ancora in tre nell'altro verso. Farne una palla, infarinarla e metterla a lievitare in un cestino rivestito con un canovaccio infarinato per 3 ore.

• Rovesciare delicatamente la palla sulla piastra rivestita con carta da forno infarinata, e infornare a 230° per 15 minuti (possibilmente umidificando il forno con una ciotola d'acqua posata sul fondo), poi abbassare a circa 190° per altri 50 minuti.

Raffreddare avvolto in un canovaccio su una griglia.
Io faccio tutto a mano, se avete l'impastatrice vedete voi tempi e velocità, non me ne intendo.
I tempi di lievitazione sono indicativi, ogni combinazione di temperatura ambientale, umidità, caratteristiche della farina, vivacità del lievito madre etc produrrà reazioni diverse.

domenica 24 febbraio 2008

Fermenti

Avevo giurato pubblicamente che mai avrei allevato creature - in coerenza con la mia radicata avversione alla maternità e alla parentela diretta - neanche sotto forma di muffe e lieviti.
Avevo promesso che mai avrei abdicato alla mia indipendenza, in favore delle esigenze tiranniche di organismi viventi e bisognosi di cure (con esclusione del Gatto, che riconosco come un essere superiore a me, e al quale tutto è dovuto).
Ed eccomi qua, prostrata da giorni di ansia, schiava di un barattolo di pappoccia glutinica che lentamente ma inesorabilmente cresce e si moltiplica nella nursery in dispensa.
Confesso che detesto questa avventura del lievito madre, che generalmente tanto appassiona la vera massaia. Giorni di immane sbattimento per studiare tutto ciò che il web ha da dire sull'argomento "Sourdough" (tecnicamente lievito naturale in coltura liquida). Una settimana di vagabondaggi per casa con il barattolo in mano in cerca di luoghi adatti per il baby, non troppo caldi, non troppo freddi, oddìo la corrente d'aria, oddìo non cresce, oddìo ha l'acetone, oddìo non respira; quintali di farina bio-pregiatissima sbattuti nel lavandino; pesare nanogrammi e cups e ml; orari, appunti, attenzioni.
Alla fine tutto per poter disporre quotidianamente di qualche carboidrato a medio/basso IG, che poi era la mia missione.
Comunque: posso affermare che ieri Milano-NW è nato, è robusto e vivace, ha avuto il biberon a mezzanotte, alle due aveva digerito e mi ha già obbligata a mettere la sveglia alle 8 del mattino (ripeto: sveglia alle 8, e tenete conto che di norma vado a dormire verso le 3) per nutrirlo.
Se tutto va bene, tra poco procedo alla biga, e domani metto in cantiere la prima pagnottona che farà contento Monsieur Montignac. Speriamo, perché non è mica detto che venga fuori qualcosa di edibile, da tutto 'sto lavoro.

A futura memoria, questo è il sistema che ho usato:

• 40 gr di farina di grano tenero integrale macinata a pietra
• 55 ml di acqua ( di rubinetto, riposata 24 h)

Ho fatto una pappoccia cercando di incorporare più aria possibile e l'ho lasciata in un barattolo di vetro, coperta da scottex a temperatura di circa 20°. Ogni 24h ho buttato metà del composto e ho rinfrescato il rimanente fino a raggiungere il volume iniziale. In questa fase, durata circa una settimana, ho tentato una serie di pasticci, dato che il magma non dava segni di vita: l'ho messo in forno con la lampadina accesa (temperatura 28°), ma era troppo caldo. Il quarto giorno ho aggiunto un cucchiaino di yogurt, dato che era poco vitale e l'odore era tropo acido (è servito moltissimo). Gli ultimi due giorni ho rinfrescato con metà farina integrale e metà manitoba (anche questo gli è piaciuto molto), e ho aggiunto qualche granello di zucchero di canna (non so se è servito o no). Sta di fatto che a questo punto si è avviato, raddoppiando di volume in circa due ore, producendo bolle in quantità ed emettendo un perfetto odore di champagne.

Ieri ho avviato anche una nuova coltura di segale integrale: se funziona, avrò a disposizione due starter per due pani diversi. Nella speranza che vivano a lungo in frigo, con rinfreschi settimanali, e non mi tocchi rifare tutto ciò altre volte. Tenendo conto che a me il pane fatto col lievito madre non piace granché, e preferisco di gran lunga il lievito di birra, sarei comunque assai soddisfatta di esserci riuscita.
In caso contrario solenne incazzatura, e pronto ritorno ai Wasa Fibre e all'orribile pseudopane Pema di segale germogliata (IG 35, ma rasenta l'immangiabile).
Nel frattempo: think positive.

lunedì 18 febbraio 2008

la conversione


E così, dopo nottate di studi sugli IG, sono addivenuta alle regole che dovrebbero costituire il mio futuro sistema di vita. Sia chiaro che è sospeso ogni giudizio di ordine ragionevole. Sia chiaro che lo faccio solo ed esclusivamente per motivi estetici (gli unici che riconosco come prioritari), e non perché ho sposato la causa della vita pseudosana. Sia chiaro che si fa un esperimento di un paio di mesi, e se non funziona si torna in volata alle farine del supermercato, alla pasta raffinata, il riso brillato e alle baguettes.
Sia chiaro che non mi sono imbabbionita.
Il fatto è che il mio nuovo guru, Monsieur Montignac, mi concede di mangiare dei carboidrati e non tornare a ingrassare, ma pone delle condizioni. E ti pareva.
Le condizioni sono: niente farina bianca. Neanche un cucchiaino per legare una salsa. Niente zucchero. Niente patate. Niente riso amidaceo. Niente lievito di birra.
Quindi: pasta integrale, riso (solo basmati integrale), pane integrale di farina macinata a pietra, meglio se non di grano tenero, possibilmente fatto con lievito madre; fruttosio come dolcificante. E una serie di complicati parametri e accorgimenti per combinare il pranzo con la cena in modo che la mia curva glicemica rimanga il più piatta e regolare possibile.
Cosa mi ha convinta? Semplice: sfogliavo un suo libro, e ho captato la frase "... il secondo bicchiere di vino a stomaco pieno...". Il secondo bicchiere di vino, ho sbavato, implica la presenza del primo. Mi è bastato per intravedere il paradiso. Ho comprato il libro, ho abolito tutti i miei precedenti principi fino a nuovo ordine, e ho aperto il mio spirito verso una nuova dimensione. Sperando che il corpo lo segua (soprattutto per quanto riguarda la dimensione).
Ed eccomi con la mia lista della spesa, un cappello a tesa larga, occhiali neri e baffi finti, diretta verso il supermercatino del ladri bio. Non fosse mai che qualcuno avesse a riconoscermi, demolendo così una annosa reputazione di estimatrice di OGM e patatine industriali.
Tralascio l'umiliazione di trovarmi nei corridoi tra mammine esangui seguite da bimbi verdastri e palesemente infelici, la cui scelta per merenda era tra i crackers di semi germogliati e gli snack al sesamo. Soprassiedo sul fatto che un chilo di riso selvaggio costa 18 euro, e un pacchetto di pangrattato Organic Biologic Integrale macinato a pietra (e suppongo grattato con le unghiette da vecchie indigene amazzoniche inserite in un programma di sfruttamento mascherato da protezione) costa 3,50. Sorvolo sul senso di tristezza che mi ha sovrastato nel leggere i marchi: Alce nero, Antico mulino rosso, Cerchio del sole etc. Mi perdoni il Bernardo Caprotti, e sappia che nel mio cuore sono sempre fedele alla Slunga, e che bacio la fidaty card ogni sera quando recito le preghiere.
Cerco di non pensarci, e di entrare nel trip: e ci entro! Mi ritrovo a fine corsia, dopo un'ora di studi maniacali di etichette, felice davanti a uno scaffale di paste marroni che un cane randagio rifiuterebbe nel pappone con un cortese "Grazie, non ho appetito". È fatta. Quando uno gioisce perché ha trovato le farrette, i tortiglioni di kamut e le penne di segale, vuol dire che è sulla Via. In questo spirito virtuoso mi fornisco di farina di grano saraceno, avena, segale, kamut, bulghur integrale, estratto di pasta acida... roba che lo so, produrrà del pane colloso, basso e pesante come un macigno, ma pur sempre pane!
Ormai invasata, valuto seriamente l'acquisto di un germogliatore.
Mi salva un volantino appeso sopra la cassa: il corso di Reiki, prima lezione gratuita. Mi vedo seduta per terra su un tappetino di cocco bio, vestita di comodi pantaloni di cotone non sbiancato, circondata da donne disperate di mezza età (tragicamente simili a me), a liberare le mie emozioni represse con respironi diaframmatici che preludono al pianto e promettono il sollievo e l'oblìo.
Mi ricordo improvvisamente che faccio tutto ciò - IO - per rientrare nel mio vestito con spacco inguinale, corredato a tacchi da dieci centimetri e cinturini di ordinanza, e spaccare il culo ai passeri sulla pista della mia milonga preferita. Senza privarmi di un tozzo di pane e due bicchieri di vino.
Se per questo devo passare per l'allevamento del lievito naturale, ebbene: ci passerò a testa alta.

Una firmetta, prego.

A Veltroni, Bertinotti e tutti i dirigenti del centro-sinistra

A proposito di legge 194 e di moratoria, c'è una petizione alla quale mi sento di aderire. Abbassare la guardia su questa cosa significa veder affacciarsi di nuovo l'intollerabile, come i fatti di questa settimana hanno dimostrato. Per leggerla e firmarla, si va qui:

http://www.firmiamo.it/liberadonna

martedì 12 febbraio 2008

Pork


Ho un crollo. Stasera o metto le zanne su qualcosa che mi appaga in qualche modo o do fuori di matto.
Quindi mi metterò a tavola davanti a qualcosa come mezzo chilo di tracchie al forno, alla faccia della miseria. Voglio sentire l'unto che mi cola giù per il mento come un troglodita. Voglio la cucina impestata di odore di grasso bruciato. Voglio dimenticare in qualche modo che ho a disposizione una sola fetta di pane stramaledettamente integrale.
Ci vediamo domani, con un penoso resoconto della mia gita al negozio bio.

lunedì 11 febbraio 2008

La fine del mango


Grazie dei conzigli. Certo che la cinquantina di lurkers che mi vengono a trovare ogni giorno potrebbero anche darsi da fare, qualche volta! Però nel frattempo io stanotte ho vagato per il web, e mi sono imbattuta in una fantastico "mango festival" dove ho trovato tre ricette proprio belle. Una di gazpacho di mango - troppo estiva-, una di pollo, ma avrei sofferto troppo la mancanza del riso di accompagnamento, e questa che ho fatto stasera. Ahimè, vagando mi sono anche persa l'indirizzo, per cui non posso più né ringraziare l'autore, né linkare come avrei voluto il sito dove l'ho trovata.

Spiedini di pollo e gamberi al profumo di tè verde con salsa di mango

Per 4 spiedini
•16 code di gamberi
•1/2 petto di pollo
•1 spicchio d'aglio
•1/2 cipolla di Tropea
•1 cucchiaio di tè verde
•1 cm di zenzero fresco
•1 limone

Preparare una marinata con le foglie di tè precedentemente ammorbidite in acqua calda,
cipolla e aglio tritati finissimi, zenzero grattugiato o spremuto, il succo di mezzo limone, sale, pepe. Sgusciare i gamberi, fare a dadini il pollo e marinarli per almeno due ore. Alternare gamberi e pollo sugli spiedini e cuocerli sotto il grill (io qua per fare presto li ho cotti sulla piastra di ghisa, ma è un po' troppo traumatico)

per la salsa
•1 mango maturo
•1/2 cipolla di Tropea
•200 ml di tè verde
•il succo di mezza arancia
•1 peperoncino piccante (fresco sarebbe meglio)
•1 cucchiaio d'olio
•sale

Preparare una infusione piuttosto concentrata con il tè.
Pelare il mango, farlo a pezzetti. Tritare finemente la cipolla e soffriggerla nell'olio in un wok o in una padella, aggiungere l'aglio spremuto e il mango; far andare a fuoco vivo per qualche minuto, poi unire il succo d'arancia e il tè. Salare e aggiungere il peperoncino tagliato a rondelle. Abbassare il fuoco e cuocere per un quarto d'ora, finché non è addensato.
Servire la salsa tiepida con gli spiedini.


Nella ricetta originale, la salsa prevedeva anche un cucchiaio di zucchero di canna (subito dopo aver soffritto la cipolla). Non ce l'ho messo perché non potevo, ma non mi è mancato. Anzi, sarebbe venuta troppo dolce, a mio gusto.
Poi: sancisco definitivamente oggi e per sempre che non sopporto il sapore dello zenzero associato ai gamberi e al pesce in generale. Mi piace molto in tutte le altre versioni. Ma con i gamberi proprio mi stomaca. Perché ce l'ho messo lo stesso? Per fare un ultimo tentativo, per non arrendermi ai miei personali pregiudizi. La prossima volta, coriandolo.
Alla fine era un piatto proprio buono. Avrebbe fatto anche bella figura con gli ospiti, se ne avessi avuti. Mi ha svagato il palato, ed è servito a rompere la monotonia dei miei soliti sapori. Ma non veramente di mio gusto. Contraddizione? No. Era oggettivamente buono, interessante, equilibrato, gradevole, particolare. Ma non è il mio genere, ecco. Sono irriducibilmente ruspante, a tavola.

domenica 10 febbraio 2008

Che me ne faccio del mango?


Ho bisogno di voi per la cena.
Ho qua un bel mango maturo al punto giusto, e vorrei farci qualcosa di meglio che mangiarmelo così com'è. Ho idea che ne verrebbe fuori qualcosa di buono, per esempio con dei gamberi, o del pollo. Una insalata, un curry, che ne so. Ho guardato in giro per il web ma ho trovato delle gran porcherie, o le solite tre ricette scopiazzate che rimbalzano da sito a sito. Niente che mi abbia convinta.
Qualcuno di voi ha una bella idea da suggerirmi?
Non posso usare zucchero, farina, riso, condimenti troppo grassi, burro etc.

sabato 9 febbraio 2008

Quaglie al Vermouth


Stasera ho deciso di trattarmi come se fossi mia ospite, come si evince dalla pregiata decorazione del piattino.
Ultimamente, profondamente abbattuta nello spirito dall'alimentazione sana e per niente di mio gusto, avevo abbandonato anche solo l'idea di inventarmi qualcosa di appetitoso con la miseria di ingredienti a disposizione. Ma non si può mica andare avanti così. Chi l'ha detto che tre frutti al giorno significa mangiarsi una mela a colazione, una pera a pranzo e una arancia a cena? Chi lo ha detto che lo yogurt sia una roba che si assume tristemente col cucchiaino a colazione? E che carni bianche equivalga a petto di pollo?
Alla riscossa!
Proviamo a cavare qualcosa di insano, laborioso e possibilmente privo di vitamine, da quello che posso.

• Due quaglie pulite ed eviscerate
• uno scalogno
• una arancia non trattata
• uno spruzzo di vermouth rosso
• un bicchiere di vino bianco
• due cucchiai di yogurt Total 2%
• un cucchiaio d'olio di semi di buona qualità, o di extravergine leggerissimo
• tre foglie di alloro
• sale, pepe

Pelare lo scalogno, tagliarne metà in due spicchi e tritare finemente l'altra metà.
Salare e pepare all'interno ogni bestiola, e inserire una foglie di alloro e uno spicchio di scalogno. Legare e imbavagliare le poverette, che per inciso fanno proprio impressione, con quelle coscette implumi e quei gomitini puntuti. Rosolarle in tegame con l'olio e lo scalogno. Sfumare con il vermouth, quando è evaporato aggiungere il succo dell'arancia e una striscia di buccia tritata a brunoise finissima. Aggiungere una foglia di alloro, coprire e portare a cottura. Togliere le quaglie e conservarle al caldo. Aggiungere al fondo di cottura il vino bianco, far restringere un po'. Mettere lo yogurt, mescolare bene (a non essere pigri, prima passate il fondo in un chinoise, poi lo rimettete in pentola e lo addensate con lo yogurt). Liberare le prigioniere, tagliarle a metà, togliere il ripieno e riscaldarle un attimo nella casseruola insieme all'intingolo prima di servire.


Questo è quello che ho fatto io, e mi è sembrato buono. Il vantaggio delle quaglie, come anche del coniglio, è che sono laboriose da spolpare, per cui con due quaglie ci si intrattiene una mezz'ora e si ha l'impressione quasi di cenare in grazia del signore, anche se si è a dieta.
Voi fortunati potete anche usare il roux (burro e farina) al posto dello yogurt per legare la salsa, e accompagnare libidinosamente con riso pilav.

lunedì 4 febbraio 2008

Patatine mignon al caviale e panna acida


Credo che siate stufi quasi quanto me di questa lagna dietetica. Sento che è ora di rallegrare il layout di questo luogo, divenuto troppo austero ultimamente. Mi sembra ideale questa cosina buonissima che mi ero fatta per chiudere degnamente il 2007. Torna spesso a visitarmi, in sogno.

- 200 gr panna acida
- 50 gr caviale (ovviamente sostituibile con uova di lompo, se come me siete in fase pezzente)
- sale
Riscaldate il forno a 220°.
Inumidite le patatine, salatele e disponetele sulla piastra del forno.
Cuocete fino a quando la buccia sarà croccante e l'interno morbido (tra i 40 e i 60 minuti a seconda della dimensione delle patatine).
Incidete per il lungo ogni patatina ancora calda, schiacciatela leggermente per aprirla e creare un incavo nel quale metterete un pizzichino di sale, un cucchiaino di panna acida e mezzo cucchiaino di caviale.
Servite immediatamente, e siate felici.

venerdì 1 febbraio 2008

Breakfast


Dopo venticinque giorni di astinenze durissime si torna gradatamente a vivere, festeggiando i cinque chili di meno abbarbicati al girovita.
Festeggiare, per questa settimana, vuol dire che mi sono concesse a colazione (anzi, obbligatorie, ma ciò gli toglierebbe buona parte del piacere) due fettine di pane integrale spalmate di formaggini freschi, un frutto ma soprattutto, soprattutto un cucchiaio di latte nel caffè. Che è un autentico sollievo. Più del caffè nero odio solo il caffè ristretto.
La prossima settimana avrò frutta anche a pranzo e a cena, la successiva una fettina di pane anche a pranzo e a cena, e la gloriosa ultima settimana potrò - tripudio massimo! - ingerire persino un pugnetto di riso o pasta o legumi. Il tutto accompagnato sempre e solo con acqua.
Dopodiché avrò bisogno dell'aiuto di un super-io addestrato nei marines per evitare di rifare tutti i goduriosissimi errori che mi hanno portato all'increscioso imbalenimento. Ahimè, non riesco a rinnegarne nemmeno uno. Li ricordo tutti con affetto e rimpianto, e non riesco neanche remotamente a immaginare di starne alla larga forever.
Ci sarà una santa (possibilmente non anoressica) a cui chiedere la grazia dell'impunità alimentare?