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venerdì 13 maggio 2011

Ritardi

Avevo un sacco di buone intenzioni, ma poi sono stata aggredita da un virus veramente carogna che mi ha atterrata per una intera settimana. Sono ancora intronata dal cimurro e dagli antibiotici, per cui nell'attesa di riuscire ad articolare qualcosa di meglio vi tengo buoni con una delle mie non-ricette, che poi è tutto ciò che sono riuscita a farmi stasera, dopo otto giorni di minestrine.
È semplice ma molto gustosa, e piacerà anche a chi virtuosamente sta cercando di lesinare sulle calorie nella speranza di perdere qualche grammo prima dell'estate. Non io: io sono nella fase "Chi se ne frega". E ahimè, si vede.


Torta di verdura a strati
  • 2 patate medie
  • 1 peperone giallo
  • 1 cipolla
  • 1 melanzana violetta
  • 2 zucchine
  • 3 pomodori ramati
  • Abbondanti erbe aromatiche fresche: basilico, origano, maggiorana, timo, chi più ne ha più ne metta
  • parmigiano o pecorino grattugiati (o un mix tra i due)
  • Sale, pepe, olio etc
Spezzettare le erbe aromatiche.
Affettare le verdure sottili, e disporle a strati, leggermente sovrapposte in una pirofila unta d'olio, in quest'ordine: patate, peperone (sale, pepe, erbe aromatiche), melanzane, cipolle (sale, pepe, erbe aromatiche), zucchine, pomodori.
Salare e aggiungere un giro d'olio. 
Cuocere  in forno a 200° coperto con alluminio per mezz'ora, poi per un'altra mezz'ora scoperto.
Aggiungere il formaggio grattugiato, lasciare intiepidire. È buonissima anche fredda.


Se vi piace (e a me, ovviamente, piace), arricchire aggiungendo tra gli strati di verdure delle scaglie di provolone dolce, o mozzarella di bufala o altro formaggio adatto.

giovedì 17 febbraio 2011

Stufato troglodita

Per il giorno di San Valentino ho regalato al mio fidanzato un tritacarne.
È bello l'amore con uno come il mio Ken. È un tipo solido, affidabile, aiuta in casa, e soprattutto ha un libretto di istruzioni che facilita enormemente la comprensione dei suoi meccanismi di funzionamento interiori ed esteriori. Ha un sacco di accessori ed è pure caruccio da vedere. E quando non serve, lo puoi spegnere.
Abbiamo inaugurato immediatamente l'accessorio tritacarne inventando un piatto che ai più potrebbe apparire come poco romantico: ma io sono rimasta molto soddisfatta della sua prestazione, e alla fine questo è ciò che conta, no?

Stufato di fagioli e polpettine d'agnello speziate
(avvertenza: questo è una pietanza per trogloditi, non per signorine). 

La ricetta per le polpette è quello delle Kofta, omettendo la menta e formando delle polpettine minuscole. Ovvero:
  • 300 gr di coscia di agnello macinata due volte, e relativo osso
  • un cucchiaino colmo di Pimenta Siria*
  • la scorza grattugiata di mezzo limone
  • mezza piccola cipolla rossa grattugiata
  • un cucchiaino di harissa
*Pimenta Siria
Si pestano in un mortaio pepe nero e bianco, cannella, chiodi di garofano, semi di cumino, anice stellato e noce moscata fino a ridurre il tutto in polvere. Occhio al chiodo di garofano che è forte; la nota più evidente dovrebbe essere quella del cumino.
  • 250 gr fagioli rossi già ammollati e lessati
  • 1/2 cipolla
  • olio extravergine
  • peperoncino
  • un cucchiaio di concentrato di pomodoro
Soffriggere la cipolla in una casseruola dal fondo pesante, con olio e peperoncino. Rosolare brevemente nel fondo le polpettine e l'osso dell'agnello. 
Aggiungere i fagioli con la loro acqua di cottura e il concentrato di pomodoro. Salare cautamente. Cuocere su fiamma bassissima, coperto, per circa due ore, aggiungendo un pochino di acqua ogni tanto, e regolando di sale e peperoncino se occorre. Dopo la prima ora spaccare le ossa, recuperare il midollo e rimetterlo in pentola. Darà una morbidezza favolosa allo stufato.
Accompagnare con riso basmati lessato o con l'ormai mitologico Tortino Iraniano.
Consumare in dosi ragguardevoli e immediatamente dopo abbattersi grugnendo su una pelle d'orso accanto al fuoco e dormire per almeno 16 ore filate. O per quello che resta dell'inverno.

domenica 30 gennaio 2011

A cosa serve veramente Facebook

"Non parlare con gli sconosciuti", ci raccomandava la mamma quando eravamo piccoli.
Ma per noi era facile seguire la sacra regola: quando eravamo piccoli non esisteva Facebook.
E su Facebook si incontrano veramente dei loschi figuri, posso confermarlo. Io, per esempio, ci ho incontrato un farmacista di L***, un vero pirata del web, con il quale mi intrattengo nottetempo in peccaminose conversazioni.
Egli infatti, l'infingardo, aspetta che la moglie e il pargoletto siano addormentati fiduciosi e ignari nei loro lettucci, e poi si scaraventa al computer in selvaggi scambi di alberi da frutto e animali da cortile. Il giochino lo conoscete di certo tutti (per inciso, modestamente ho superato il livello 100 e ho messo su una delle più floride farm del pianeta). Una cosa da veri viziosi. E così, tra un coniglietto e un trattore, complice l'intimità della notte, in lunghe sedute di chat gli ho insegnato a fare il pane. Io gli mollavo le ricette e i consigli, e lui in cambio mi regalava puledrini rarissimi. Ha imparato veramente bene, e sono orgogliosa di lui: ogni tanto posta foto di pagnottoni niente male. Ma come per tutti i torbidi rapporti clandestini che nascono sul www, prima o poi viene il momento in cui nasce il desiderio passare alle vie di fatto: e anche per noi è stato così. Ci siamo quindi incontrati segretamente in una gelida mattina di dicembre, in un bar sulla circonvallazione (mamma, non leggere). Lui mi ha passato furtivamente un cartoccio contenente mezzo chilo di polvere bianca. Si è poi dileguato nella nebbia, e non l'ho rivisto mai più. 

Grazie alla polvere bianca ho passato un gennaio veramente godereccio.

Perché è ancora tempo di arance, e finalmente, grazie al glucosio in polvere del mio amico farmacista, le mie scorzette d'arancia candite hanno fatto il salto di qualità.

Scorzette d'arancia candite ricoperte al cioccolato fondente

dose per 250 gr di bucce d'arancia sbollentate e scolate:
250 gr zucchero
250 gr acqua
1 cucchiaio di glucosio

Scegliere arance bio con la buccia molto spessa. Lavarle bene con una spazzolina, pelarle, fare la buccia a striscioline. Metterle in acqua fredda e portare a bollore. Scolare l'acqua, rimetterne di fredda e ripetere per tre volte.
Mettere al fuoco l'acqua, lo zucchero e il glucosio, aggiungere le scorze e far bollire al minimo per dieci minuti. Spegnere il fuoco coprire e lasciar raffreddare. 
Riportare a bollore e far ribollire per 10 minuti tre volte al giorno per almeno due o tre giorni. 
Quando le scorze avranno assorbito bene lo sciroppo e saranno completamente candite , ovvero avranno preso l'aspetto ricco e traslucido che devono avere, prelevarle con una pinza e metterle ad asciugare su una griglia. Ci devono restare almeno un paio di giorni. Quando avranno smesso di essere appiccicose, e saranno proprio identiche a quelle che si comprano nelle migliori pasticcerie, sarà il momento di temperare il cioccolato.
E su questo non posso proprio fare la strafiga: a me non è riuscito. In effetti, pretendere di temperare il cioccolato con un termometro da carni e due raschie da stuccatore non è esattamente ortodosso. Quindi, se anche voi siete messi come me, sciogliete il vostro fondente in un pentolino, tuffateci le scorze e accontentatevi di godere dell'imperfezione.

La prossima volta che incontrate un farmacista, sapete cosa farvene.

sabato 25 dicembre 2010

Cena felice per single non-cucinanti

Questo post è stato scritto una settimana fa e per pura pigrizia è rimasto lì a giacere. Lo pubblico oggi perché non c'entra assolutamente niente col Natale che imperversa, quindi mi sembra il momento più adatto.

 

Ci sono momenti di felicità gratuita e immotivata. Oggi voglio festeggiare, dopo tanto buio, una serie inaspettata di giorni felici. Felici così, senza motivo: semplicemente sto proprio bene, e stare bene gratis è bellissimo, soprattutto se lo standard è da tanto tempo il contrario.

Da sempre sostengo che per prepararsi una cena come si deve non occorre saper cucinare. Affermazione temeraria, e che potrei contraddire già da subito riflettendo sul fatto che per fare bene cose semplici bisogna, in realtà, avere almeno una certa pratica e, soprattutto nel caso di pietanze semplicissime, essere tignosi sulla qualità degli ingredienti. Ma non scassiamoci le balle da soli! Non oggi che sono di ottimo umore, avendo passato il pomeriggio in perfetta serenità a fare aranzadas e a baloccarmi con i miei giocattoli nuovi. E quindi, dopo tanto lavorìo minuzioso di coltellini e con le narici piene del profumo di arance e miele, di mettermi a cucinare la cena proprio non ho voglia. Per fortuna in congelatore alberga un bel filettone sui 250 grammi, e nel frigo c'è tutto il resto dell'occorrente  per aumentare con poco sforzo il tasso di contentezza.
Ingredienti:
  • una fetta di filetto alta almeno due dita
  • qualche acciuga salata (o anche sott'olio, ma di suprema qualità). VIETATA la pasta d'acciughe.
  • un limone, meglio se non trattato
  • due cucchiai di burro a temperatura ambiente
Affettate il limone e togliere da due fette eventuali semi.

Dissalate un paio di acciughe e schiacciarle con la lama di un coltello (o con quello che vi pare) fino a ridurle in pasta. Amalgamatele al burro e lavorate ancora finché avrete una bella crema liscia.
Spalmatela in uno strato spesso (mezzo cm) sulle fette di limone, e mettetele in freezer per qualche minuto (o in frigo per un'oretta, se siete stati previdenti).

Accendete il forno e mettete a scaldare il piatto. Fondamentale: non fatelo e capirete il perché. È così che si impara a non-cucinare e a mangiare bene - o almeno è così che ho imparato io.

Scottate il filetto sulla piastra di ghisa al grado di cottura desiderato. Avvolgetelo nella carta di alluminio, chiudete bene e contate fino a 45. Mettete la carne sul piatto caldissimo, pepate, salate. Inforchettate la fetta di limone e strofinatela sul filetto: il burro all'acciuga, con il suo retrogusto di limone, si scioglierà dolcemente, avvolgendo la ciccia con un vestitino glassato e delizioso, che (se il piatto è ancora caldo, appunto) si mescolerà al sugo che la carne andrà emettendo via via che mangiate, facendosi vieppiù squisito.
(Per questa ricetta, che con piccole puntualizzazioni ormai è diventato il mio modo preferito di mangiare il filetto, ringrazio Mammatilli, che è una super-cucinante e ne sa una più del demonio).

martedì 30 novembre 2010

Captazio benevolentiae


In uno dei rari momenti di benevolenza del destino, mi è capitato di recente che mi regalassero un tartufo.
Così, senza ragione, oplà, piovuto dal cielo. Tutto per me. Bello grosso, e profumato di paradiso. 
Per la consueta signorilità che lo contraddistingue, il mio benefattore me lo ha presentato come uno scambio: una piccola fornitura di cappellacci di zucca contro un tartufo; inutile dire che l'affare era tutto a mio vantaggio, e che mi sono ben guardata dal farlo notare.
Così, con il mio vassoio di pasta ripiena in bilico nel bauletto del motorino, mi sono precipitata a prendere in consegna il prezioso prigioniero. 
Amorosamente avvolto in un tovagliolino di carta, non sapendo dove altro metterlo ho infilato il tubero aulente nel taschino superiore del giubbotto e ho proseguito nei miei giri di faccende, che prevedevano anche la spesa al super in un orario particolarmente affollato. E mentre vagavo tra gli scaffali, ho cominciato a notare una inconsueta gentilezza nella ressa di persone che mi circondava. Sorrisi. Cordialità. Giovanotti che aiutavano vecchiette invece di ammazzarle a gomitate, come di consueto. Signori austeri che carezzavano bambini. Carampane normalmente digrignanti che stavano buone in fila. Tutto un fiorire di "passi prima lei, ma la prego, prima lei". Sarà che il mondo ti sembra più bello quando ti senti felice? - ho quasi pensato. E già mi avviavo su questa per me inedita via di positiva riflessione e saggezza, quando ho capito che la faccenda era più prosaica.
Ero io che spargevo benessere, benedicendo l'ambiente intorno a me con l'aroma subliminale della "eau de truffe"che impreziosiva il mio taschino.
Son bei momenti.

Come è finito il tartufo?
In svariati modi, ma il più glorioso è stato su certe mezzelune ripiene di fonduta, di cui vi passo la ricetta (molto normale, molto semplice), nel caso probabilissimo che aveste anche voi un tartufo nel taschino in questo momento e non sapeste cosa farvene:

per circa 40 mezzelune
  • 150 gr di fontina
  • 140 gr latte intero
  • 1 tuorlo (eventualmente due, dipende dalla grandezza dell'uovo). 
Conservate un albume a parte per chiudere la pasta, se come me siete ansiosi e avete visioni catastrofiche di mezzelune vuote che galleggiano cuocendo in una brodaglia di acqua e fonduta.
per la sfoglia:
  • 200 gr farina 00 (se vi piace "tonica", tagliare con circa un terzo di farina rimacinata di grano duro)
  • 2 uova
un coppapasta del diametro di cm 8
una rotella tagliapasta zigrinata
asse e mattarello, o macchinetta per la pasta.
  • burro a temperatura ambiente, abbondante
  • Grana Padano (almeno 20 mesi, meglio di più) grattugiato o Parmigiano Reggiano
Mettere a mollo la fontina tagliata a dadini nel latte, in una bastardella o in un pentolino che possa andare a bagnomaria.

Impastare la farina con le uova, lavorare bene, radunare a palla e mettere a riposare almeno mezz'ora a temperatura ambiente.

Far fondere dolcemente il formaggio nel latte a bagnomaria, mescolando delicatamente. Quando è ben sciolto, aggiungere il tuorlo (se due, aggiungerne uno alla volta) e farsi venire l'ansia perché sembrerà che non ci sia verso di farli incorporare al composto. Ma aver fede, continuare a mescolare energicamente con una frusta finché come per magia il tutto assumerà un aspetto cremoso e uniforme.
Immergere il recipiente in acqua ghiacciata per raffreddare il composto.

Tirare la sfoglia. Se usate (come io ho usato) l'Imperia, arrivate fino allo spessore n° 5. Potete arrivare anche fino al n° 6 se vi piace molto sottile, ma poi ci vorrà un po' di manualità in più per chiudere la pasta senza fare casini.

Con il coppapasta tagliare dei dischi. Mettere la fonduta, ormai rappresa, a mucchietti, pennellate la circonferenza con l'albume e chiudere la pasta a mezzaluna. Rifinire il bordo con la rotella zigrinata, eliminando eccessi di pasta.
(Il mio personale consiglio, a meno che non siate in due a fare il lavoro, è di tirare e riempire una striscia di pasta alla volta, perché se la lasciate lì ad aspettare si asciugherà e sarà più difficile chiuderla bene).

Cuocere in acqua salata pochi minuti. Intanto lavorare nella terrina in cui condirete le mezzelune il burro e il formaggio fino a formare una crema. Scolare, condire e seppellire di tartufo.
E con questo, ora sapete anche voi come farvi voler bene.

domenica 10 ottobre 2010

Microclima per la felicità

Vivo ancora di rendita sulla memoria dei giorni ferraresi, ormai resi mitici dalla bruma del ricordo e avvolti dal fascino del desiderio proibito (sono ancora a dieta: ciò che ho ingurgitato in quei due giorni mi è costato dieci giorni extra di punizione). Scrivere oggi del mio primo, fulminante incontro con le tigelle - oggi che per cena mi toccano petto di pollo e broccoli -  è quindi una cosa di alto valore eroico, che spero apprezziate. Una prova del distacco dalle cose terrene che ci si guadagna con una alimentazione sana nella qualità e nella quantità, quindi del tutto priva di gioia e sensualità. Una ascesi che potrebbe anche favorire in me il germogliare tardivo di una parvenza di vita spirituale e magari persino della santità. Un giorno, chissà. Non oggi. Oggi sono tormentata da visioni di tigelle calde farcite con pancetta coppata all'aglio, lardo, squaquerone.
Sognate con me.
Sognate una cucina in cui da tutto il giorno pentole di ragù, patate, zucca e altre delizie sobbollono sul fuoco, saturando l'ambiente di vapori balsamici. Una atmosfera raccolta, in cui tre cuocastri avviluppati in grembiuloni uguali si affaccendano silenziosamente, in raccolta armonia. Una cucina dove benefici microorganismi albergano a causa delle regolari panificazioni. Fuori dal balcone (dove io credo di aver passato la maggior parte del tempi a fumare, ora che ci penso), un tramonto dolcemente autunnale, cosparso di vaghe nuvolette. Prosecco che scorre a fiumi. Una cucina, quindi, dove non manca nulla. 
Nemmeno la tigelliera.

Tigelle 
  • circa chilo di farina OO
  • circa 4 cucchiai di strutto
  • un cubetto di lievito di birra fresco
  • circa due cucchiaini di sale
  • un cucchiaino di zucchero (facoltativo)
  • acqua tiepidina q.b.
Accompagnamento: salumi preferiti e formaggi freschi
Sciogliere il lievito sul fondo di una ampia ciotola in poca acqua appena tiepida insieme allo zucchero. Aggiungere ancora acqua e poi la farina setacciata.  Cominciare ad impastare, aggiungendo il sale e acqua finché la massa sarà diventata soffice ed elastica. Mettere a lievitare spolverata di farina.
In teoria, dopo un paio d'ore o tre sarà raddoppiata. A quel punto spianarla con un matterello allo spessore di circa 1/2 cm, ricavarne dei dischetti con un coppapasta (della stessa misura della tigelliera, of course), rimettere a lievitare ancora un po' e cuocerli nella tigelliera precedentemente arroventata. Si servono calde farcite con i salumi. Questa la prassi abituale.

Ma noi, dopo tre ore, abbiamo improvvisamente deciso che invece si andava fuori a cena. 
E qua scatta il miglioramento. Vorrai mica buttar via il lavoro. Abbiamo ripreso la pasta, fatto un folding, e l'abbiamo sbattuta in frigo. Al nostro ritorno l'abbiamo controllata, e nonostante il freddo era talmente viva che strabordava dalla ciotola. L'abbiamo ripresa ancora, e rimessa a nanna sperando si calmasse.
La mattina dopo era ancora vivacissima, anzi proprio esuberante. Terzo round, e rimessa in frigo. Alla quarta ripresa, nel tardo pomeriggio, la pasta aveva raggiunto un livello di elasticità e tonicità favolosi. 
Io il pane lo faccio sempre, e una pasta così bella raramente mi è cresciuta tra le mani.  Mi ci sarei potuta fare un vestitino stretch. Ha prodotto delle tigelle perfette, morbide e profumate, che si aprivano in due da sole.
Ci ho pensato: secondo me, oltre al lungo tempo di lievitazione e ai folding (che già fanno la differenza), la presenza in cucina di microorganismi favorevoli, unita alla presenza pressoché continua di vapori caldi di pentole in ebollizione hanno creato un ambiente superfavorevole alla maturazione dell'impasto. 
E anche alla maturazione della felicità.



venerdì 1 ottobre 2010

Caplàzz alla riscossa

Più vado avanti, e più mi dirigo verso la cucina tradizionale. Italiana, etnica, va bene tutto, mi interessa tutto. Mi importa però che una ricetta sia quella che dev'essere. Ci ha messo decenni, a volte secoli per diventare se stessa. C'è una ragione perché si fa così e non altrimenti.
Sopraffatti dalla ormai pressoché infinita possibilità di scelte, mi pare che in questi anni si sia molto esagerato, e spesso perso la bussola. Troviamo buoni, o accettabili, miscugli di sapori che spesso non lo sono affatto. Perché siamo viziati, perché bisogna fare sempre qualcosa di nuovo, se no non ci si sente abbastanza creativi.
Perché mai rivisitare e contaminare ricette che sono perfette così come sono? Cosa mi dà di più lo zenzero nel risotto alla milanese? Che bisogno c'è del tè matcha sparso a cucchiaiate in ogni dove? Be', sì, è vero: qualche volta, ibridando, si hanno piacevoli sorprese. Si mette in memoria così un accostamento imprevisto, che migliora quello a cui si è abituati ed entra in repertorio con diritto. È il progresso, babe. Ma è raro. 

In questo periodo ho la nausea da creatività obbligatoria. Esattamente così come ho la nausea da foto di cibo pretenziose, alla fine tutte uguali, con il fiocchetto, la polpetta impilata, il bicchierino con dentro dalla polenta al risotto, cibo incastrato a forza in contenitori improbabili: tazzine, posacenere, vasi da fiori, pitali, tutto purché non sia - orrore! - un piatto,  e sempre rigorosamente guarnito e infiocchettato. Cosa che non fa la qualità. Ma sembra. Infatti piacciono.
A me invece non piacciono.
Non è che sia un discorso nuovo, per carità.
Comunque, la mia personale vendetta passa oggi attraverso la più tradizionale delle tradizioni. 

Caplàzz


Il Caplàzz è la tradizione ferrarese. Il Caplàzz è perfetto così com'è.
Per fare i Cappellacci ci vuole la zucca violina*. La zucca violina può essere buona, o se si è sfortunati può essere sciocca, e allora non c'è verso: il cappellaccio non perdona. Poi bisogna saper tirare la sfoglia a mano, che in fondo non è così impossibile, ma ci vuole l'asse grande e il matterello lungo. E ci vuole la mano santa di chi ha visto la mamma, la nonna, la zia farli. Sabato scorso, nel Ferrarese, ho avuto la fortuna di stare in cucina con qualcuno che chi li sapeva fare proprio bene. Ho avuto anche altre fortune (è stato un fine settimana decisamente fortunato), ma di queste riferirò in seguito.


* in foto, la zucca violina opportunamente evidenziata 

Si cuoce al forno la zucca violina a fette, o a tocchi, con la buccia. Deve rimanere il più asciutta possibile.
Si elimina la buccia si spiaccica la polpa, e si aggiungono parmigiano reggiano e noce moscata. Niente sale.
Si tira una sfoglia (classica: circa un etto di farina per un uovo). La si tira non troppo sottile. Per le dosi: con sei uova di sfoglia, io ricavo 140 cappellacci. La zucca non l'ho pesata, quindi non saprei dire.
La si taglia a quadrati e poi ci si sbriga, perché se si fa passare troppo tempo la sfoglia "s'infrustlis", cioè si asciuga e non si riesce più a chiuderla bene. Ci si poggia sopra mucchietti di ripieno, poi si chiude a triangoli e la si piega così:


Vi ho fatto addirittura un pregevole filmato:


Si condisce con un ragù. Normale. Soffritto di sedano, carota, cipolla; parti circa uguali di macinato di maiale e di manzo, e un po' meno di salsiccia. Sfumatina di vino bianco. Poco pomodoro. Alloro. (indispensabile). Il ragù si tiene un po' più salato del normale, perché la zucca del ripieno è dolce, e il contrasto è il suo bello.

Ecco, non è per fare apologia tradizionalista, ma certe cose vanno bene come sono, e basta. Questa è una. Lasciamola così. Spero che nessun massacratore di ricette, televisivo o non, ne venga a conoscenza e ne faccia scempio. Il giorno che vedo il Caplàzz rivisitato, mi incazzo sul serio.

lunedì 6 settembre 2010

Consolazioni

Il mercato di settembre mi piace moltissimo. Son belli i colori, forse anche perché è bellissima la luce, e saltano fuori cose povere da orto che non si vedono spesso in commercio a Milano. Sabato ci sono andata per i primi chili di perini da salsa; ma questi piccoli peperoni cornuti, perfetti, croccanti e a un prezzo ridicolo dicevano proprio "mangiami mangiami", e son venuti a casa con me. Ricordavo di averli assaggiati in Grecia, in una di quelle deliziose serate dopo il mare, quando la vita offre piaceri  perfetti, semplici e senza controindicazioni. Per verifica ho cercato la ricetta sul web e ho visto che rimbalzava dappertutto questa che, per una volta, non era un bidone. Così, nelle pause tra un pentolone di salsa e l'altro, ho affettuosamente imbottito piccoli peperoni per dedicarmi una cena ancora estiva.
Cucinare è il mio modo per consolarmi, c'è poco da fare: compensare le manchevolezze del presente, tenermi vicino le felicità del passato. Procurarmi un piacere immediatamente accessibile quando tutti gli altri non lo sono.


Πιπεριές γεμιστές με φέτα 
Piperies gemistes me feta
Peperoni ripieni di Feta

  • una decina di peperoni corno verdi, piccoli 
  • 200 gr di Feta
  • prezzemolo
  • origano
  • 1/2 peperoncino piccante, meglio fresco
  • olio extravergine
  • due fette di pane raffermo 
Tagliare la calottina ai peperoni, e con mano di fata levare i semi senza fare danni.
Tritare finemente il prezzemolo con il peperoncino.
Sbriciolare il formaggio in una ciotola, aggiungere due cucchiai d'olio, il trito, un cucchiaio di origano, e lavorarlo un po'. Non salare, il Feta è abbastanza salato di per sé.
Riempire i peperoni e chiudere l'imboccatura con un pezzettino di pane raffermo (finezza!), in modo che in cottura il formaggio non fuoriesca. Irrorare con un filo d'olio e infornare una mezz'ora a 200°, girandoli una volta in modo che la pelle arrostisca su tutti i lati.

Si mangiano a temperatura ambiente (e ovviamente il giorno dopo, da riposati, sono ancora più buoni).

domenica 29 agosto 2010

Ristrutturazioni

C'è qualcosa che non va nelle statistiche. All'inizio di questa estate interminabile, ho letto più volte sui giornali che il 58% degli italiani quest'anno non sarebbe andato in vacanza per mancanza di soldi.
Poi ho guardato fuori dalla mia finestra, nel mezzo di questa interminabile estate, e ho contato le finestre accese verso sera: nel mio cortile eravamo in due, in quello accanto una, tutto intorno il buio assoluto. Ne deduco che, per compensare questa anomalia, mentre tutta Milano era in vacanza l'intera popolazione di Napoli è rimasta a casa.
Io ho tenuto duro, e ho cercato di lavorare per operare dei cambiamenti - possibilmente in meglio - della mia situazione abitativa ed esistenziale. 
Cambiare non è facile, sopratutto cercare di cambiare il punto di vista a cui si è molto abituati, ma questo è ciò che mi sto esercitando a fare. Ovviamente la ristrutturazione di quelli che ho imparato a chiamare "pensieri disfunzionali" non è affatto una passeggiata, e l'esito per ora è assai labile. Più proficua quella della mia cucina, che dopo moltissimi rimuginamenti, disegnini, conticini, buchi nel muro e avvitamenti, alla fine ha assunto un assetto diverso e si spera più efficiente.
La pattumiera, per dire, che per vent'anni è stata in bella vista con mio sommo fastidio, ha trovato posto sotto il lavello, come in tutte le case civili e perbene. Ci sono scaffali nuovi, e il tavolo ha cambiato posizione. Il che significa che ora butto per terra palate di bucce di patata - i miei automatismi continuano a portarmi verso il punto dov'è sempre stata la pattumiera - e che ceno come un'anima in pena ogni volta su un lato diverso del tavolo, non avendo ancora trovato la "mia" nuova posizione. 
Ma mi assicurano che con l'esercizio si creeranno nuove abitudini più funzionali, e che in queste finirò per sentirmi comoda, prima o poi. Magari guarisco anche, chissà. 
Ma tornando alle statistiche, per fortuna l'altra finestra accesa del mio cortile mi ha portato su le pesche ripiene: un suo grande classico di metà agosto, che mi ha confortata moltissimo sulla continuità eccetera.

  • 4 pesche bianche, grosse e sode
  • 3 amaretti artigianali morbidi
  • 100 gr circa di cioccolato fondente amaro
  • 1 tuorlo d'uovo
  • un paio di bicchieri di vino rosso
  • 1 pezzetto di cannella
Tagliare a metà le pesche, togliere il nocciolo e scavare un po' di polpa.
Metterla in una terrina con gli amaretti sbriciolati, il tuorlo d'uovo, il cioccolato precedentemente sciolto. Niente zucchero, casomai vi venisse il dubbio.
Riempire le mezze pesche con il composto, metterle in una pirofila e aggiungere sul fondo il vino, un cucchiaio di zucchero e il pezzetto di cannella.
Infornare  a 160° e cuocere quanto basta perché le pesche diventino morbide ma sode. Negli ultimi 5 minuti alzare la temperatura e brunire il ripieno. Servire a temperatura ambiente con la loro deliziosa puccetta.

venerdì 13 agosto 2010

Contrasti

Torno dopo tanti mesi, e torno perché ho preso l'impegno di farlo. Fa parte della cura, quindi non si discute: si fa. Servirà, non servirà, non importa.
Torno con un piatto di casa che adoro, e che è perfettamente rispondente al clima della mia metropoli silenziosa, a metà di questo interminabile agosto: temporali gelidi e squarci torridi nelle pause.
È una ricetta della mamma di Rubina. Non so chi sia Rubina, non conosco la sua mamma, la ricetta l'ho adottata anni fa in un sito che allora mi piaceva, ed è rimasta per sempre nel mio menu domestico. Ho lasciato il titolo originale: chissà perché "spagnolo"?
L'accostamento di ingredienti è inconsueto, e a leggerlo sembra un'accozzaglia mal combinata. Si sa che ognuno ha le sue fisse, ma io, per dire, non avrei mai messo una salsa di pomodoro crudo sopra un riso condito con il burro. E invece no! Alla prima forchettata, mi sono tornate in mente le deliziose pastasciutte della mia infanzia (lombarda), sulle quali un bel pezzo di burro crudo si scioglieva sopra la salsa di pomodoro, arrotondando meravigliosamente il sapore. 
Un altro accostamento che, a leggerlo, proprio non mi convinceva è il limone sopra al pomodoro: e invece ci sta benissimo.

Perché riesca bene, un po' come per altre cose apparentemente semplici, bisogna stare attenti a tanti piccoli dettagli, che trascurati vanificherebbero il risultato. Usare un riso amidaceo non fa lo stesso, non asciugare bene i pomodori è imperdonabile, non scaldare i piatti è fatale. Io ve l'ho detto.


Riso caldo e freddo spagnolo

Ingredienti per 4 porzioni:
  • 300 g. di riso a chicco lungo (Gange, Thai, Basmati)
  • burro
  • 8/10 pomodori ramati sodi e ben maturi
  • olio extravergine
  • succo di limone
  • sale
  • pepe nero 
Spellare i pomodori, privarli dei semi, salarli e metterli a scolare. Quando avranno perduto la loro acqua di vegetazione, passarli al frullatore per ottenere una salsa densa, vellutata e assolutamente priva di acqua. Prepararla con un paio d'ore di anticipo, e conservarla in frigo.
Preparare una emulsione di olio, limone, sale, pepe.
Lessare il riso in abbondante acqua salata, scolarlo molto bene e condirlo con il burro.
Intanto scaldare i piatti.
Comporre rapidamente ogni piatto con uno strato di riso caldissimo appiattendolo bene, e uno strato spesso di salsa di pomodoro molto fredda.
Condire con la citronnette e servire immediatamente.
È importante mangiare questo riso senza mescolarlo, prelevando  con la forchetta ogni boccone dal basso verso l'alto, perché la sua particolarità sta nel contrasto di sapori e di temperature.
Mi scuso per la foto, che è quanto di meno appetitoso. Non so ancora usare la macchinetta nuova, imparerò.

domenica 25 aprile 2010

Tarassaco in crosta di pane

Larissa, expat in terra albionica e in forte crisi di astinenza primaverile da vegetali che non siano broccoli e piselli, mi manda commoventi ricette con le ortiche, che va a scovare nei campi guadagnandosi valorosamente e fortunosamente la pagnotta come una donna delle caverne. Leggendola mi son venute in mente le altre erbe che in questa stagione si trovano nei prati, e che sono stata addestrata a riconoscere da piccola, quando vivevo in campagna. La più comune, e facile da trovare e riconoscere è il tarassaco; per cui, Larissa: guarda bene la figura qua, e scatenati naso a terra. Poi sappimi dire.


Trattasi di un tortino campestre, rigorosamente primaverile: il tarassaco ha una sola, breve stagione di raccolta in aprile, e vale la pena di approfittarne. Si trova anche al mercato, se non avete campi (come me, e la cosa mi rattrista) a disposizione. Il pane carasau è leggero, squisito, versatile e troppo poco usato al di fuori delle ricette tradizionali sarde. È perfetto invece per avvolgere e contenere ripieni di ogni genere.
Ingredienti per 2 porzioni
  • 500 gr (circa) di tarassaco (detto anche pisacan, o soffione, cicoria matta)
  • 2 o 3 fogli di pane carasau
  • 1 caprino (o un po' di caprino e un po' di ricotta di pecora)
  • 1 cucchiaio di parmigiano grattugiato
  • 1 uovo piccolo
Mondare e lessare il tarassaco.
Strizzarlo bene, e tritarlo grossolanamente con il coltello.
Mescolarlo bene all'uovo e ai formaggi, salare e pepare.
Passare sotto l'acqua fredda i fogli di pane e lasciarli riposare qualche minuto, finché diventano morbidi.
Ungere leggermente una pirofila, foderarla con i fogli di pane sovrapponendoli un po' e lasciando che sbordino abbondantemente dal recipiente; riempire con il composto e ripiegare i bordi in modo da coprire bene tutto.
Spruzzare con un po' di olio, e infornare a (circa) 200° per (circa) 20 minuti, poi accendere il grill e far dorare la superficie finché è bella croccante.
Chi è a dieta, sacrifica l'uovo e risparmia (circa) 80 calorie senza grave danno.

venerdì 29 gennaio 2010

Aranzadas memorabili


Ne so poco di cucina sarda, ma quel poco mi piace moltissimo. Le mie papille tendono a trattenere i ricordi di quello che ho assaggiato lì, anche per anni: chiaro segno di una cucina in accordo naturale con i miei gusti.
Quest'anno avevo voglia di fare dei dolcetti per Natale, ma ero veramente stufa della massiccia proliferazione di biscotti che oberava i miei blog quotidiani nonché l'intero www. La mia memoria papillare quindi, che mi soccorre nei momenti di emergenza, mi ha indicato con sicurezza le aranzadas: dei dolcetti angelici e semplicissimi che mi avevano portato da Nuoro una decina d'anni fa e che mi avevano deliziata.
Mentre passavo le mie serate a sfilettare maniacalmente bucce sottilissime di arancia, la prode MarieClaire e il suo promesso coniuge intercedevano presso la di lui mamma sarda, affinché mollasse la ricetta di famiglia: generosamente ella acconsentì, e aranzadas furono.
Grazie mille a tutti loro, quindi. Ora che le so fare, le farò sempre.
Ci vogliono:
  • arance non trattate
  • miele (io ho usato un buon millefiori, sconsiglio il castagno e in generale il miele molto scuro e amaro).
  • mandorle pelate
Si sbucciano le arance procedendo a quarti, e si leva con un coltellino affilato assolutamente tutta la parte bianca da ogni spicchio di buccia. Si ricavano dei filettini sottilissimi e si mettono a seccare sul calorifero (stufa, mensola del camino, forno ventilato a minima temperatura). Sono fortemente avvantaggiate, in questa fase, le famiglie numerose e dotate di pazienza e buona manualità.
Quando se ne hanno abbastanza si mettono in una pentola in acqua fredda, e si portano a bollore. Si cambia l'acqua e si ripete l'operazione per tre volte. Si scolano bene e si mettono su un panno asciutto.
Si sfilettano in senso longitudinale anche le mandorle ottenendo dei bastoncini sottilissimi (lavoro veramente infame), e li si tosta leggermente nel forno.
Si scalda il miele in quantità sufficiente ad affogarci le bucce, e si cuoce a fuoco dolcissimo per venti minuti, o quanto ci vuole perché esse diventino traslucide e assorbano bene il miele.
Quando sono pronte, si aggiungono i filetti di mandorla e si spegne il fuoco.

Ci si prepara sul tavolo una bella schiera di pirottini da pasticceria di formato mignon, e ci si munisce di  una pinza da cucina tipo questa in foto, o in alternativa di bacchette cinesi (non sto scherzando: io li ho fatti con quelle, delirio assoluto).
 
Si prelevano delle piccole quantità di bucce e mandorle, le si scola molto bene dall'eccesso di miele, e si depositano con mano sicura nei pirottini di carta formando dei mucchietti aggraziati, possibilmente senza schizzare gocce di miele in giro, che poi sono rognose da togliere. In questa fase è fondamentale la rapidità: man mano che il miele si raffredda, infatti, sarà più difficile scolarlo via del tutto, e l'eccesso si potrebbe depositare sul fondo dei pirottini  formando una suoletta appiccicosa  che non va assolutamente bene! Quindi, quando ci si accorge che il composto si sta solidificando troppo e non sgocciola più via immediatamente, gli si dà una scaldatina.
 Si lasciano poi a solidificare, e durano anche un mesetto.

Il risultato dovrebbe essere un etereo, arioso bocconcino di arancia candita e mandorle profumato di miele, difficile da dimenticare. Almeno, per me è stato così.

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In coerenza con la mia personale campagna contro lo sfruttamento dei blogger e a sostegno dell'economia di scambio, questo post è stato scritto dietro generoso compenso di un meraviglioso barattolo di miele sardo.

mercoledì 16 dicembre 2009

Coniglio prezzolato

C'era chi si pagava i pasti in trattoria disegnando opere immortali sui tovaglioli. Chi accettava polli e uova in cambio dell'alzataccia notturna per far nascere un bambino. Uno aiutava il  vicino a spaccare legna, e in cambio riceveva del formaggio o un bel tocco di lardo. Anche il cane faceva la guardia alle pecore, per la sua ciotola di zuppa. Tempi civili.

E io?
Niente. Io niente. Io qua, derelitta e tapina, a mangiare freddo perché prima c'era da fare la foto. A spiattellarvi le mie disavventure gastroesistenziali e le mie patetiche intimità, sforzandomi come una bestia per infiocchettarle anche con una parvenza di humor, o almeno di brio, così ridevate e poi vi sentivate meglio, al confronto.
E non parliamo delle mirabolanti ricette che hanno innalzato vertiginosamente la qualità della vostra vita quotidiana, mentre io ingrassavo come un dugongo e poi mi toccavano mesi di nazidieta per espiare  - ne sono certa - anche i vostri peccati.

Ricevo da mesi lamentele, suppliche, appelli e pressioni al limite del minaccioso per ricominciare a sollazzarvi. Ma cosa credete, che lo faccia per la gloria? Pfui. La gloria non campa la famiglia, la mia vanità si soddisfa altrimenti e qua c'è una gattina che deve crescere, e mangia come un bove.
Basta! Pensavate, furbacchioni, di andare a scrocco per sempre? Che tanto il web è libero, e allora liberi tutti? Eh no, miei cari, troppo comodo. Io sono una creatura umorale e sensibile e ho bisogno di essere motivata e possibilmente anche vezzeggiata, se no mi deprimo e vi lascio a becco asciutto, come si è constatato in questi mesi.
Quindi, cominciate a pensare a cosa avete di buono in dispensa per compensare i miei prossimi servigi. Mi contento di poco. Due uova di vera gallina, un po' di insalata dell'orto, un mezzo coniglio ruspante, qualche acciuga salata, una bottiglia di Pouilly-Fumé, vedete un po' voi.

Inaugura lodevolmente questa nuova gestione un'offerta che mi sono guardata bene dal rifiutare: per scrivere questo post riceverò da un magnanimo lettore del fois gras di qualità sopraffina, e uno Champagne che se mantiene quello che promette mi aiuterà a onorare il capodanno come merita, e come mi merito.
Per i prossimi, aspetto proposte.


Rotolo di coniglio ai carciofi

Per 2 persone:

  • due/tre schiene di conglio disossate (circa 400 gr). Dove si trovano le schiene di coniglio disossate? Io le ho reperite alla Coop, voi magari avete un macellaio serio.
  • 5 carciofi
  • 60 gr di prosciutto crudo dolce
  • timo fresco
  • vino bianco
  • sale aromatico
Pulire spietatamente i carciofi e tagliarli in quarti, poi ogni quarto in tre: sbianchirli nel micro 3 minuti con due cucchiai d'acqua, o passarli in padella fino a metà cottura.
Spianare le schiene con il batticarne, metterle sul tagliere leggermente sovrapposte. Salare e pepare.

Disporre sopra la carne le fette di prosciutto e metà dei carciofi, aggiungere dei rametti di timo fresco. Arrotolare e legare con spago da cucina.

Riscaldare una teglia in forno a 200° con un velo d'olio. Aggiungere il rotolo. Far colorire girandolo ogni tanto (circa 20 minuti). Aggiungere il resto dei carciofi, altro timo, aggiustare di sale e aggiungere un dito di vino bianco secco, magari un bel vermentino ligure. Portare a cottura (altri 20 minuti).


(Ahimè la ricetta è very light per i gusti del committente - è un po' da signorine, lo so - ma questo mi sono inventata e questo gli tocca).

sabato 15 agosto 2009

Trionfi

Ristabilisco di botto la mia autostima culinaria con queste bellissime (e buonissime) spighe.
La ricetta l'avevo trovata qua e me l'ero segnata in attesa di una occasione speciale: queste cosine che richiedono un minimo di manualità mi divertono sempre molto. Poco lavoro, molto gioco e soddisfazione garantita. E poi c'è dentro lo strutto, che è santo. Quindi a modo mio santifico il Ferragosto.
Per stasera, incredibile ma vero, ho preparato una cena sobria e vegetariana. Questo, immagino, di rimbalzo dopo aver scritto una lettera polemica ad una mia amica che medita di convertirsi a una vita di verdura e privazioni. Il mio inconscio sorride divertito dello scherzetto che mi ha giocato.

giovedì 30 luglio 2009

Catering a sorpresa


Torna mia mamma da un lunghissimo ritiro su un'isola greca, e vorrei ammorbidirle l'atterraggio nella metropoli asfissiata da una calura torbida e malefica. Avrà voglia di cose fresche, leggere, civilizzate, dopo tutto questo tempo di cucina pesantuccia e ruspante.
Preparo: gazpacho sperimentale, involtini di carpaccio su misticanza, insalata di lenticchie al limone. Comprerò per la via un buonissimo gelato: non ho la gelatiera (e mai l'avrò, se no finisce male). Preparerò una bella tavola e sparirò nella notte, sperando per una volta di apparire come la brava figlia che non sono quasi mai.

Il gazpacho sperimentale in realtà si chiama "Quaranta Gradi all'Ombra", ed è una ricetta di Carlo. Non conosco Carlo personalmente ma ho saccheggiato spesso il suo ricettario, e mi piace molto come cucina. Mi è piaciuto molto anche questo esperimento. Fresco, vellutato, inusuale. La prossima volta credo che proverò ad usare il melone bianco, che ha un gusto per me più interessante. Il melone, che non amo particolarmente, in versione salata invece mi piace sempre.

Per due persone:
  • 200 gr. di polpa di melone maturo
  • un pomodoro ramato grande (da cui ricavare 100 gr. di polpa)
  • peperoncino in polvere
  • sale
  • 20 gr. d'olio d'oliva extra vergine
  • uno schizzo di Angostura
  • 1/2 avocado (100 gr. di polpa)
  • 1/2 lime
  • 1 cipollotto fresco
  • 1 costola di sedano bianco dal cuore
Mettere nel frullatore il melone a pezzetti e la polpa di pomodoro, aggiungere una presa di sale e una spruzzata di peperoncino in polvere, 20 gr. d'olio extra vergine d'oliva lasciato cadere a filo e una spruzzata d'Angostura. Frullare il composto per un minuto, in modo che monti un poco e poi conservarlo a parte.
Frullare separatamente l'avocado con il cipollotto e il succo di mezzo lime, unite il composto di pomodoro e melone e frullare ancora in modo che i due passati si mescolino perfettamente. Aggiustare di sale e lasciate riposare in frigo per un'oretta. Servire la crema nelle ciotoline di portata, distribuendo in ciascuna un po' del cuore di sedano tagliato a lamelle sottili e due fettine di avocado.

martedì 21 luglio 2009

Corona di farro estiva

Cucinare, in questo periodo, proprio non mi va. Faccio il pane per me, e il nasello per la gatta che ne va pazza. Per il resto salame e qualche insalata come questa di becchime che vi propongo, perché è fresca, completa e aprire il frigo e trovarcela già pronta dentro fa piacere. Certo, prima ve la dovete preparare, ma io lo faccio al mattino e poi faccio finta di trovarla come per miracolo all'ora di cena. Sto delirando, scusate.

Piccola conversazione con il cassiere del supermercato, che sarebbe piaciuta ad Aldo Buzzi, il quale però ovviamente ne avrebbe fatto un capolavoro.
Metto sul nastro un nasello intero surgelato.
- Eh, in effetti il nasello ha il miglior rapporto qualità/prezzo.
- Sì, e poi questo surgelato è davvero conveniente.
- Se lo fa con il sugo pronto, quello della Mutti, viene una favola
- Sugo pronto? Aaah, il concentrato, intende.
- Sì, sì, quello nel tubetto.

Intanto appoggio due fette di filetto, offerta speciale al 40% ma pur sempre filetto

- Però il nasello a dire la verità è per il gatto.
- Viene una favola, guardi. Proprio come al ristorante.
  • 200 gr di farro
  • 100 gr di feta o quartirolo
  • una scatola da 180 gr di tonno al naturale (trancio)
  • mezzo peperone giallo
  • mezzo cetriolo
  • due coste di sedano bianco
  • due o tre pomodori ramati
  • un limone
  • una dozzina di olive nere
  • basilico
  • sale, olio extravergine
Lessare il farro e quando è tiepido condirlo con un filo d'olio e il succo del limone. Spellare i pomodori, privarli dei semi e farne una concassé minuta (pezzettini di mezzo centimetro). Tagliare le altre verdure di uguali dimensioni, idem per il formaggio. Snocciolare e sminuzzare le olive. A dirlo è niente, ma ci si mette una mezz'ora buona.
Aggiungere il tonno, il basilico, condire con olio e sale, e mescolare con il farro.
Ungere uno stampo da circa 20 cm di diametro, pressare bene il composto e metterlo in frigo almeno un paio d'ore.
Non aspettatevi che restino le fette: quando lo servite si sbriciolerà, e rivelerà la sua misera natura di insalata. Ma intanto è carino da portare in tavola.

martedì 7 luglio 2009

i Miscati

Avevo promesso i Miscati. E sia. Poi peggio per voi, io vi avevo avvertito. La dipendenza da miscati infatti è subdola e si installa nell'organismo senza dare segnali preoccupanti, finché un giorno vi trovate con sei chili in più e il surgelatore pieno di salsiccia perché l'idea di non averne in caso di crisi di astinenza è diventata intollerabile. E non esistono gruppi di self help dedicati, sappiatelo. Esiste però una Confraternita, una setta fondata da tale Nonna Maria che conta ormai innumerevoli adepti, che praticano segretamente la miscatologia e la diffondono negli angoli più reconditi del globo. Da oggi in poi usciamo allo scoperto, e ne sento tutto l'onore e la responsabilità.


Miscati di Nonna Maria
  • 500 g di farina O
  • mezzo bicchiere d'olio d'oliva extra vergine
  • un cubetto di lievito di birra
  • un cucchiaino da tè di sale fino
  • acqua tiepida q.b.
  • 300 salsiccia luganega
  • parmigiano reggiano grattugiato
Spellare la luganega e impastarla con un po' di parmigiano grattugiato, lasciar riposare il composto.
Intanto mescolare la farina con il sale, sciogliere il lievito in un po' di acqua tiepida, aggiungerlo alla farina, aggiungere anche l'olio e impastare aggiungendo acqua fino ad avere un impasto morbido ma che non si attacca alla spianatoia. Dividere la pasta in porzioni, stendere ciascun pezzo in una striscia di circa 10 x 60 cm. Ungerlo, e distribuire tante palline dell'impasto di salsiccia; spolverare con il parmigiano, arrotolare la striscia su se stessa nel senso della lunghezza e dividere in pezzi lunghi circa 25/30 cm.

Arrotolare ogni salsicciotto a spirale e metterlo sulla teglia ricoperta di carta da forno.

Ungere i panini in superficie con un po' d'olio e cuocere a 220° circa per 20-25 minuti finché non saranno coloriti.
I miei della foto sono orribili, ma erano i primi della mia vita e non mi azzardo a rifarli, troppo pericoloso.
Sì: mi chiamo Esmé e sono miscatidipendente. Con oggi, sono pulita da 36 giorni.

domenica 24 maggio 2009

Delizie turche


Nel mio patetico tentativo di perdere l'interesse per il cibo, è evidente che ci va di mezzo il blog. D'altra parte la rieducazione all'austerità passa necessariamente attraverso l'azzeramento non solo della pratica, ma anche dell'immaginazione. Bisogna semplicemente abolire l'argomento dal proprio sé. Funziona? No. Per il momento sono più che mai bracchetto ansioso, con la ciotola in bocca. Ma tengo duro.
Quindi ho perso il filo del racconto. E per adesso, è meglio che non lo riprenda.
Però vedo che voi qua ci venite ancora, fedelissimi, e mi commuovo per quei numerini del counter che immagino entrare ogni giorno speranzosi, e andarsene delusi.
A loro, lascio in eredità questi salatini che ho trovato deliziosi, e sono piaciuti tanto anche ai miei ospiti. Sono rapidi da fare ma lussuriosi, friabili, saporiti e grassocci, perfetti per un calice di prosecco: fatene tanti e cercate di farli piccini, che sono più carini. Fanno parte della collezione di ricette di Madama Lokum, che da Istanbul mi fornisce squisitezze che regolarmente entrano dritte nel mio repertorio di casa, come spesso le ricette orientali, che incontrano spontaneamente il mio gusto. Sarò stata una sultanessa, in qualche vita precedente?
Pogaca

per l'impasto:
  • 125 gr di burro
  • 1 tazzina da caffè di olio di semi
  • 1/2 bicchiere di yogurt
  • farina 00 (circa 300/ 350 gr)
  • 1 cucchiaino di lievito istantaneo
per il ripieno:
  • 200 gr formaggio feta mischiato a prezzemolo tritato
  • pepe bianco
per rifinire:
  • 1 uovo intero leggermente sbattuto
  • semi di sesamo bianchi e neri, oppure cumino, o papavero
La quantità di farina non è specificata nella ricetta perché si mette ad occhio, anzi a tatto: la pasta deve avere "la consistenza del lobo dell'orecchio" (pare che questa sia l'indicazione per la maggior parte degli impasti in Turchia: e la trovo molto efficace, oltre che sexy). Per le quantità sopra indicate degli altri ingredienti, a me ce ne sono voluti circa 300 grammi. Io ho anche barato sul burro e sull'olio: ho diminuito il burro a 80 gr e l'olio a 4 cucchiai e andava benissimo, anzi l'impasto mi è sembrato quasi troppo grasso. Quasi, perché grasso e friabile dev'essere, non è certo una ricetta ascetica, questa.

Impastare velocemente tutti ingredienti, dividere in tante palline poco più grandi di una noce e schiacciarle con il palmo della mano fino ad ottenere uno spessore di circa 3 mm. Mettere al centro un poco del formaggio lavorato con la forchetta insieme al prezzemolo e leggermente pepato, richiudere formando delle piccole mezzelune che andranno messe sulla placca del forno, spennellate di uovo e cosparse con i semini scelti. Io ho usato cumino e sesamo nero.
Si infornano a 170° circa per 15-20 minuti.
La foto è quella che è, ma ero in mezzo a una grande cucinata e l'ultimo dei miei pensieri era curare il layout.

sabato 28 marzo 2009

Polpettomania: Köttbullar di fine inverno

Ho le braccia indolenzite, la schiena a fisarmonica, le mani scorticate come una megera, i capelli brinati di stucco, e non ho neanche cominciato a imbiancare. Lavorare da sola è davvero faticoso, forse avevo sopravvalutato le mie forze. Però è sparito un pezzo di muro, uno scaffale alto e sporco è diventato un mobile basso e riverniciato a nuovo, e sto buttano fuoribordo sacchi di zavorra accumulata in un ventennio, con la massima soddisfazione. Potessi fare lo stesso anche con la zavorra invisibile... una rivergination interiore ci vorrebbe, altroché. Con particolare riguardo alla partizione dell'hd che ospita l'area emotiva/affettiva.
Comunque: per non farvi sentire troppo trascurati, vi sparo una delle cartucce che avevo in serbo da quest'inverno, e ancora adatta al tempo piovoso e freddino. La saga delle polpette continua.
Queste sono svedesi le ho rubate a Sylakka, e non ho cambiato proprio niente. Quando scrive una ricetta lei, si fa così e basta. Quasi vincono il mio personale Oscar per le polpette in umido: squisite.

Köttbullar (polpettine svedesi)

Ingredienti per 4 porzioni
  • 500 grammi di carne trita mista: manzo e maiale, non troppo magro, o salsiccia tipo luganega, non aromatizzata
  • 1 cipolla piccola
  • un'idea d'aglio
  • 100 grammi circa di pangrattato
  • 1 uovo
  • 2 dl circa di latte
  • 100 grammi di parmigiano grattugiato
  • sale
  • spezie: 1 bustina di zafferano, 1 pizzico di cannella, 1 bella grattata di noce moscata, un pizzico di pepe bianco
  • farina q.b. a infarinare le polpettine
  • burro e olio
  • un po' di vino bianco per sfumare
In un contenitore capiente unire tutti gli ingredienti: la carne, la cipolla tritata finissima o meglio ancora grattugiata, lo spicchietto d'aglio spremuto, il formaggio, l'uovo intero, il pangrattato, e le spezie. Unire tanto latte quanto basta a farne una massa lavorabile e appallottolabile facilmente.
Eventualmente aiutarsi tenendo le mani bagnate di acqua fredda, per evitare di appiccicarsi troppo. Fare delle palline piuttosto piccole e poi passarle nella farina.
Scaldare in una padella capace un bel po' di olio e burro, che serviranno anche come base per la salsina di accompagnamento (dunque non bisogna essere troppo parchi!).
Quando i grassi sono ben caldi, cuocere le polpettine rigirandole perché non attacchino. Si devono cuocere bene, facendo la crostina, a fuoco medio-alto.
Verso la fine della cottura bagnarle con un po' di vino bianco. Lasciar evaporare e terminare la cottura. Togliere le polpettine dalla padella e metterle da parte.
In padella, col sughetto rimanente, preparare la salsa.

Gräddsås (salsa per Köttbullar)

Per fare la salsa si utilizza la stessa padella in cui avete cotto le polpettine, usando come base il fondo di cottura rimasto, dopo aver tolto eventuali briciole di carne.
Se il sughetto vi sembra scarso, aggiungete un po' di burro e fatelo fondere dolcemente.
Aggiungete a poco a poco tanta farina da formare una pastella piuttosto densa, continuando a mescolare con un cucchiaio di legno per non formare grumi.
Cuocere a fuoco dolce, fino a che non prenderà un bel color biscotto (non deve scurirsi troppo però...). Aggiungere del brodo per stemperare e portare a bollore mescolando. Continuare fino a che si addenserà fino alla consistenza voluta.
Rimettere le polpettine nella salsa, scaldarle e servire con patatine lessate o purè, marmellata o passata di lingon (mirtilli rossi). Che a me non piace tanto, per cui non ce la metto, però ci andrebbe.

mercoledì 11 marzo 2009

Polpettomania: Avgolémono

Sono polpettomane.
La polpetta è per me irresistibile.
La nobile schiatta delle polpette si divide in due grandi categorie: le polpette crude e le polpette di avanzi. Poi ci sono le polpette asciutte e le polpette al sugo, e qua la faccenda si complica e si ramifica.
Nella mia famiglia, l'arte della polpetta di avanzi (leggi polpette di lesso, categoria "asciutte") ha raggiunto vette di eccellenza. Mia mamma mette immediatamente su il lesso quando mio fratello si degna di avvertire in anticipo del suo arrivo in città, per avere l'avanzo da polpettare. Io questa cosa un po' la invidio, confesso.
Il lesso non è un piatto da single. Va da sé che nel mio menage non è previsto assolutamente, come il roast beef; e la mia polpetta preferita non la mangio pressoché mai.
Quindi per forza di cose io mi dedico all'arte solitaria della polpetta cruda, la quale ha comunque una sua nobiltà.
Così mi sono venute fuori queste polpettine che mi sono piaciute davvero un sacco (sapete che sono di gusti semplici).
Avevo in mente la salsa avgolémono che faccio per i dolmades (involtini greci di foglie di vite con carne e riso), e volevo delle polpette che non facessero rabbrividire il mio dietologo, una volta tanto. Mi pareva che vitello, spinacio e avgolémono andassero a nozze, e non sbagliavo.
Quindi questo è un piatto di cucina fusion, wow.

Ecco a voi (dosi come sempre per uno buzzicone, o due sobri e ascetici):
polpettine agvolemono
  • 200 gr vitello macinato
  • un pugno di spinaci lessati e sgocciolati
  • 1 limone non trattato
  • burro
  • olio
  • timo
  • farina
  • sale
  • pepe
  • brodo leggero di carne o 1/2 dado
per la salsa:
  • il succo del limone
  • 1 uovo
Lavorare gli spinaci cotti, strizzati e tritati con la carne e un pizzico di timo, sale, pepe e una grattata abbondante di buccia di limone. Formare le polpettine, infarinarle e dorarle in olio e burro, aggiungere brodo abbondante. Abbassare il fuoco e cuocere un quarto d'ora.
Nel frattempo montare l'albume a neve, sbattere il tuorlo con il limone e incorporare delicatamente l'albume.
Quando le polpette sono cotte, e il fondo di cottura ancora abbondante, aggiungere alla salsa d'uovo un paio di cucchiai d'acqua, e poi un mestolino del fondo di cottura delle polpette. Versare nella padella il composto e mescolare bene per un minuto o due, tenendo la fiamma bassissima, perché si scaldi e si mescoli con il fondo formando una salsa leggermente spumosa.
Io ho servito con riso integrale. Ovviamente un Basmati, un Thai o un Gange sono molto meglio.

P.S. Mi sono accorta adesso che ieri era il secondo compleanno di questo blog. E che il primo post, guarda caso, parlava di...