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lunedì 3 agosto 2009

Sudare dentro se stessi

Mi hanno prestato questo librino grazioso e divertente. Non viene voglia di cucinare nessunissima delle ricette totalitarie: devo dire che il cibo russo ivi descritto è veramente il meno appetibile del globo, e genera una profonda depressione papillare anche solo a immaginarlo. Però mi è piaciuto molto lo spirito dell'autore. A voi questo utile consiglio, di stretta attualità:
"L'Uzbekistan, una repubblica plurinazionale di venticinque milioni di abitanti di cui la maggior parte sono giovani uzbeki; con grandi fiumi che seccano costantemente; deserti giganteschi; montagne che gettano poca ombra; e con una quinta stagione, chiamata čilla: quaranta giorni d'estate in cui le temperature diurne arrivano spregiudicatamente fino a cinquanta o sessanta gradi. Il segreto per sopravvivere in questo caldo è «sudare dentro se stessi». Per farlo, la gente del posto indossa spessi cappotti di piumino e beve tè verde bollente. In questo modo i cappotti si bagnano all'interno e restano asciutti fuori. È così che gli uzbeki si riparano dal caldo esagerato."

lunedì 7 gennaio 2008

A proposito (e non)

Un bel libro. La citazione l'avevo ricopiata quando ancora ero magra di natura; allora ero interessata alla parte in neretto. Ma l'ho ritrovata ora, e capita a (!) fagiolo.
"Fra parentesi vi dirò che dimagrire è facile, se il vostro unico problema è il peso: basta mangiare e bere la metà del solito. Se vi riempiono il piatto, lasciatene indietro metà; se dovete servirvi da soli, prendete metà dose. Dopo un po', se siete dei perfezionisti, potete dimezzare ancora questa razione. Quanto alla forza di volontà, ammesso che conti, dovete considerarla un fattore che non esiste mai al tempo presente, ma solo al futuro o al passato. Ad un certo momento avete deciso di fare o di non fare una cosa, e il momento dopo l'avete bell'e fatta o non fatta; la forza di volontà funziona così. (Soltanto in caso di tensione disumana sussiste al presente, ma questo è un altro discorso). Il consiglio ve lo do gratis: è compreso nel prezzo del libro."

Muriel Spark "A mille miglia da Kensington" Adelphi, 1994

Immagine di A mille miglia da Kensington

martedì 1 gennaio 2008

martedì 6 novembre 2007

Una vecchia questione


"... ma se non si fa niente, presto verrà reintrodotta la tassa sul celibato e, governo ladro, la multa per la spia che non piscia in compagnia.
Guardate con quale tracotanza muove il suo coltello sulla forma di taleggio il banconiere che vi sta servendo e che sa bene che siete Single: «Quanto gliene do?»
«Non molto.»
«Così?» e il coltello si ferma su una porzione formato famiglia numerosa.
«Un po' di meno.»
«Così?» e il coltello si sposta leggermente più in qua, ma la porzione è pur sempre per coppia con due figli, grandi, mangioni.
«La metà.»
«Ah, è a dieta.»
«Sì» risponde anche l'anoressico o l'emaciata più spinta.
Bisognerebbe invece avere prima il coraggio di dirgli «A dieta sarà lei e quella troia di sua moglie» e poi di fare il giro del bancone, strappargli il coltello, puntarglielo alla fronte e chiedergli "Va bene un pezzo così?» e giù di taglio.
Io non dico più niente, non ci ritorno più, sono stanco di buttare via roba che non ce la faccio a mangiare e mi ripugna l'obbligo di mettere il superfluo nel congelatore, detesto i cibi freschi congelati, anche se sono abbastanza realista da farmi piacere alcuni prodotti surgelati.
Comunque, per principio, il perfetto e la perfetta Single non rimetteranno mai più piede nel supermercato dove non tengono la confezione di burro da un etto, dove la confezione minima di fazzoletti di carta è di dieci pezzi e la rete di patate da cinque chili che già comincia a fare un caldo ma un caldo che fioriscono prima di arrivare a casa.
Che te ne fai di cinque chili di patate il 20 giugno? Te le tiri dietro e poi corri più forte di loro per farti centrare cantando Maledetta primavera?
No, no e poi no.
Meglio cantare Strangers in the Night."

Aldo Busi
"Il manuale del perfetto single"

lunedì 29 ottobre 2007

i Divoratori

Immagine di I divoratori


Baldini Castoldi Dalai, 2006

Ho letto questo libro solo perché l'ho trovato per caso in biblioteca, e mi è piaciuto molto. Tra parentesi, devo dire che lo scaffalino delle segnalazioni della mia biblioteca rionale mi ha già regalato svariati autori che mi sarebbero sfuggiti in libreria e che ho poi amato. Le signore bibliotecarie sono molto brave, con i modesti mezzi a loro disposizione, grazie!
L'ho trovato particolare. Molto fantasioso, divertente, surreale con qualche piccolo ma garbato tratto di macabro, ma anche molta dolcezza e uno spirito calibratissimo. Mi sento di consigliarlo.
Per gli amanti del pasticcio di maiale in crosta, dei gatti alati e delle belle storie.
Questo John Barlow è al suo primo libro, non mi pare che sia stato molto considerato e invece credo che valga parecchio, e lo tengo d'occhio.

lunedì 23 luglio 2007

Attualità


"Trentacinque anni fa era un gran divertimento" scrive nel suo diario Evelyn Waugh, un altro tra i miei eletti " viaggiare lontano, senza alcuna comodità, per incontrare gente la cui intera concezione della vita e il cui modo di esprimersi erano totalmente alieni. Ora, basta oltrepassare il proprio cancello”.

Torno tra un paio di giorni, e vi lascio in buona compagnia. Intanto voi avete il tempo di andarvi a comprare "Ritorno a Brideshead" e "Quando viaggiare era un piacere". Perlomeno.

mercoledì 4 luglio 2007

Pensierini


"La vera cuoca deve essere matura, deve conoscere la vita dal punto di vista del mondo, sia pure modesto; deve aver meditato sul bene e sul male, sia pure in modo umile e incongruo; deve esser passata attraverso il vaglio del peccato e del dolore, o almeno almeno, il che è spesso la medesima cosa, attraverso la prova della vita matrimoniale. Meglio di tutto sarebbe che avesse un amante, un amante feroce e brutale che la picchiasse e la accarezzasse, alternativamente; perchè ogni donna degna di questo nome è soggetta a bisogni psichici mutevoli, e ha il diritto di soddisfarli, e bisogna che siano soddisfatti fino in fondo, se il padrone deve godere di una cucina sana e buona."

Norman Douglas "Vento del sud"


Vi prego, vi scongiuro, di Norman Douglas cercate "Biglietti da visita" (Adelphi, 1983). Non è facile da trovare, ma vale la pena di battere le bancarelle, i remainder's, le librerie dell'usato, internet per averlo.
Se volete godere del privilegio di frequentare uno dei più grandi gaudenti del secolo scorso. Se vi necessita il diletto e il sollievo di stare accanto per un po' alla grazia, la cultura, la leggerezza, il senso dell'ironia garbata, lo spirito, la vera gioia di vivere, la classe di una mente vasta e serena. Se vi atterrisce il mondo come sta diventando - anzi, come ormai è diventato -, questo libro è un vero balsamo, un rifugio, una consolazione e una illuminazione felice. Una compagnia preziosa, e una lezione che vi piacerà imparare.
Buona caccia.

martedì 29 maggio 2007

Attenzioni


"Si può sempre preparare una cena per se stessi, ma non è la stessa cosa che avere qualcuno che cucina per te. Una cena preparata per te è uno dei colpi più pesanti che si possano infliggere all’angoscia. E' come per i fiori; puoi sempre comprarteli, ma non avranno lo stesso profumo fragrante dei fiori che qualcun altro ha preso per te."

Tibor Fischer "Viaggio al termine di una stanza"

lunedì 14 maggio 2007

Dicevamo: felicità.

E la felicità, lo sanno tutti, abita in Grecia.



Lo zio Saltiel si era svegliato di buon'ora. Alla finestra della piccionaia che ormai da tanti anni gli serviva da abitazione e che era posata di sghimbescio sul tetto della fabbrica abbandonata, il vecchietto si spazzolava meticolosamente la redingote nocciola e cantava a squarciagola che l'Eterno era la sua forza e la sua torre e la sua forza e la sua torre. Di tanto in tanto si fermava per aspirare gli aromi che il vento marzolino spandeva sull'isola di Cefalonia.
(...)

Sul tetto, davanti alla finestra, c'era la sua colazione. Tre piatti. Un'oliva, una cipolla, un cubetto di formaggio. Prese delicatamente l'oliva e la mangiò con una crosta di pane raffermo. Fischiettò l'inno nazionale francese poi innaffiò il formaggio con qualche goccia d'olio e lo assaporò proteggendosi la redingote con la mano sinistra e approvando a occhi chiusi la squisitezza dell'aroma. Sul piatto della cipolla si posò una mosca. Lo zio Saltiel gettò il bulbo contaminato nella strada deserta, pronunciò la benedizione dei liquidi e bevve con affabilità e soddisfazione.


Albert Cohen "Solal"



giovedì 3 maggio 2007

Ancora riso




Direi che siete pronti per un altro po' di Aldo Buzzi (categoria lettteraria: Manna).
Niente di trascendentale, qua sembra uno scrittore normale. Ma per poter apprezzare il suo spirito superiore, bisognerebbe leggere tutto il capitolo (che comincia da lontano). Anzi: tutto il libro.

Ma dato che da qualche giorno si parla di riso, restiamo in tema:

Tornato sul Continente mi venne voglia di un piatto di riso in bianco come lo mangiavo da bambino a Firenze, nella villa Torriccia della cara zia Anna. Al cancello della villa c'era la casa dei portieri, che mi chiamavano "signorino", e in fondo al giardino un'altra costruzione, una specie di rustico che era il garage con sopra l'abitazione dell'autista, più tardi, in tempi meno facili, affittata a un pittore. La cuoca era di Greve, il paese del Chianti, e si chiamava Assunta. Era analfabeta, cosa allora abbastanza comune, una delle tante persone che vivevano tutta la vita senza leggere un rigo, ma per la cucina toscana, anche se non poteva consultare l'Artusi, era bravissima. A tavola eravamo sempre in tanti, come a Spartà, così il riso arrivava in un immenso piatto di portata che l'Assunta reggeva a fatica. Lo zio, a capotavola, era il primo a essere servito. Era il padrone. Assaggiava un boccone e dava il suo assenso all'Assunta, autorizzandola a servire gli altri.
Quando arrivava in tavola il pollo, dopo l'assaggio lo zio diceva, quasi costretto a ciò dal pollo stesso che per il suo sacrificio sembrava esigere una parola di riconoscente apprezzamento: «Il pollo è sempre pollo».


Il riso non era né un piatto toscano né un piatto complicato: riso in bianco, coi chicchi grossi, molto cotto ma non stracotto e condito con moltissimo burro e parmigiano. Era bianchissimo con qualche riflesso celeste, e buonissimo. Forse era merito del riso. Forse del burro e del parmigiano. Forse c'era un segreto dell'Assunta. Ho provato diverse volte a rifarlo ma come quello non mi è mai riuscito.

Un'altra caratteristica di quel riso è questa: tutti quelli che sedevano allegramente a tavola davanti al loro piatto di riso (Alessandro, Alex, il figlio minore degli zii - magro e con un grande pomo di Adamo, tratti caratteristici del forte mangiatore - ne prendeva una porzione enorme) sono, meno chi scrive, tutti morti, «se ne sono tutti andati» avrebbe detto Basilio Puoti. Anche l'Assunta cuoca, finita a Sesto San Giovanni, un posto senza colline, senza vigne, senza ulivi, senza cipressi, senza allori. E anche la bella villa Torriccia, demolita per costruire sul posto dei condomini.


Dice Eraclito l'Oscuro: «La stessa cosa sono il vivo e il morto, il desto e il dormente».


Aldo Buzzi
"Viaggio in terra delle mosche e altri viaggi"

Scheiwiller, 1987

giovedì 26 aprile 2007

Pagine



William Saroyan è un autore che va dritto alla radice delle cose. Sembra semplice, e lo è. Sembra essenziale, e lo è. Sembra ingenuo, e non lo è. Fa bene come bere acqua di fonte (e infatti ne parla spesso, dell'acqua da bere).
E' armeno. Scoppia - letteralmente - di vita.
Fa parte da tempo del mio piccolo mondo di scrittori del cuore. Quelli che vai a trovare quando ne hai piene le scatole delle stronzate. Quando ti sei impelagato in pensieri farraginosi. Quando hai bisogno di una ripulita.
Ieri sera leggevo questo:

"... L'uomo è qualcosa di più che l'abitante di un corpo, ma è anche questo; sarebbe un errore sottovalutarlo. Anche il massimo distacco non può mai essere totale. È al suo meglio quando gli impulsi del corpo sono minimi, sotto controllo.

Io e il mio corpo desideravamo e bramavamo molte cose, tutte collegate tra loro, tutte, nell'insieme, una sola cosa: realizzare me stesso come creatura che vive e opera ai massimi livelli. Era un desiderio prepotente. Volevo acqua, luce, aria, buoni odori da respirare - acqua, erba, foglie, fiori, frutta, terra. Mangiavo angurie, fichi, albicocche, pesche, uva, pere, meloni verdi, arance, fragole, mandorle, noci, tutte le delizie che crescevano nella campagna di Fresno. E più insolite: loquat, mandarini, cachi. Volevo pomodori, peperoni, cetrioli, volevo mangiarli direttamente dalla pianta. Tutti i tipi di pane, e il formaggio bianco degli armeni, puro o mescolato con verdure, fresco o stagionato. Acqua. Dopo tutto il resto volevo acqua.

Volevo la carne, rossa e rovente dallo spiedo sul fuoco; cotta in pentola con cavolo, okra, fagiolini, peperoni, pomodori, melanzane; pomodori, cetrioli, zucchine, melanzane oblunghe e sottili, peperoni ripieni di carne trita e pezzetti di grano, polpette di carne con cipolla, erbe e chicchi di melograno. Grassa carne arrosto, con riso o polenta di frumento. Volevo il latte acido degli armeni, da loro chiamato matzoon, da altri yogurt; mangiarlo da solo, versano sul cavolo ripieno, mischiano con menta e cetrioli, accompagnarlo con il pane bianco, sottile e croccante degli armeni. Divoravo enormi quantità d'aglio, ero più assetato che mai, e l'acqua di Fresno era buona.

Volevo carne trita con riso ed erbe avvolta in foglie di vite. Stufato di carne con verdure e albicocche secche. Tutte le pietanze di cereali e lenticchie, con o senza carne. Volevo mangiare, mangiavo, poi bevevo acqua. La bevevo per ore, dopo ogni pasto. Andavo avanti e indietro dal lavandino della cucina, dove mi rifugiavo a leggere, e bevevo direttamente dal rubinetto, o riempivo un bicchiere e bevevo, lo riempivo e bevevo, senza sosta.

Volevo mangiare perché mangiare è una gioia. Il cibo giovava al mio corpo e ancora di più l'acqua dopo mangiato. Ne ero convinto. Il mio corpo amava il buon cibo, io amavo il buon cibo; la mia anima, il mio cuore, la mia intelligenza. I poveri se sono intraprendenti non conoscono la fame, a meno che non si diffonda un'epidemia di colera, o non ci sia davvero un soldo. Nella mia famiglia ci procuravamo sempre il denaro per mangiare; avevamo tutti un grande appetito da soddisfare.

Se non ci potevamo permettere un cibo, mangiavamo in gran quantità quello che ci potevamo permettere. Preparavamo piatti fantastici con gli ingredienti più economici. La farina era sempre accessibile, e cuocevamo pane di tutti i tipi; cucinavamo il riso in dieci modi diversi; la polenta di frumento accompagnava molte pietanze; verdura; frutta; foglie di vite: ci bastava andare nella vigna di un amico e raccogliere foglie tenere a volontà. Le mettevamo nei barattoli appena sbollentate e ci bastavano fino alla stagione successiva.

Mangiare non basta. Soddisfare i piaceri del corpo non è sufficiente. Mangiare e lottare, come la metteva mia madre, non era abbastanza. Io e mio fratello invariabilmente ci alzavamo da tavola pieni di cibo e ci prendevamo a pugni in cortile, un po' per gioco, un po' sul serio."

William Saroyan
In bicicletta a Beverly Hills - Marcos Y Marcos, 2001
(The Bycicle Rider in Beverly Hills, 1952))

martedì 17 aprile 2007

Pastina in brodo della pensione


Portare a ebollizione il brodo (lungo ma grasso) in una pentola di alluminio non perfettamente pulita. Gettare la pastina (stelline). Chiamare una amica al telefono e stare al telefono il doppio del tempo necessario alla normale cottura della pastina. Spengere il gas e quando la minestra è quasi fredda portarla in tavola e servirla nelle fondine gelate augurando buon appetito.

« Grazie altrettanto »



Amo Aldo Buzzi da più di vent'anni. La sua eleganza, la sua discrezione, l'occhio sottile, il garbo e l'ironia, la curiosità benevola e acuta. Insomma, la grazia.
So che lo ha ripubblicato tutto Ponte alle Grazie in tempi più recenti, per cui si trova. Leggetelo, vi prego. Non solo questo libro: tutti!