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lunedì 20 dicembre 2010

Evoluzione Planetaria

Dopo tre anni di panificazione manuale; due anni di accanito, tignoso, paziente accumulo di puntifragola; un anno di desiderio sfrenato e molte segrete preghierine notturne, me lo sono proprio meritato.
Non ci sarei arrivata, però, se non fosse intervenuta la mia best friend, che tanto non legge mai questo blog ma la ringrazio lo stesso con tutto il mio cuore di massaia.
Mi sento realizzata.

martedì 19 gennaio 2010

Il mistero delle puntarelle

Non so voi, ma io ho una serie di questioni in sospeso riguardo alla preparazione del cibo.
Misteri che affronto da anni, e che nonostante mi ci sia incaponita non sono mai arrivati a soluzione.
Oggi ne ho uno uno in meno, ed era uno dei più frustranti.

Come si fanno le puntarelle non è un mistero per nessuno. È la cosa più stupida del mondo. Si prendono le puntarelle, eventualmente si spelano, si tagliano a bastoncini finissimi, si mettono in acqua fredda e si lasciano lì un tot di ore. Fine del procedimento. Quando si torna si trovano dei bei ricciolini, li si condisce con olio, aceto, aglio, acciuga. Fine della ricetta.
Oppure, se uno è di Roma, va al mercato e se le compra bell'e arricciate. Usanza civilissima, trovo. Quassù invece l'unico sistema è andare al mercato, comprarsi un enorme cespo di catalogna spigata (perché se chiedi puntarelle non hanno idea di cosa parli), farsi strada attraverso il fogliame a colpi di machete, separare i cicci uno per uno, e accingersi al micidiale lavoro di tagliuzzamento con un coltellino affilato. Ma.
Ma io sono dieci anni che faccio questa cosa, con fede rocciosa, e quando torno trovo gli stessi bastoncini dritti stecchiti che ho lasciato a mollo. E mangiare le puntarelle dritte inficia completamente il piacere: su questo nessun compromesso è accettabile. Invano ho interrogato per anni mamme, nonne, cugine, cognate e amici di amiche romane. Invano ho molestato interi forum perché mi si dicesse come, come si fa a ottenere la tipica arricciatura. Ho addirittura comprato un coltello giapponese, pensando che magari era la scarsa qualità della mia rudimentale coltelleria casalinga a fare la differenza. Niente.

Ma poi ho ricevuto in dono il tagliapuntarelle - per i posteri Tapù - e la mia vita ha avuto una svolta.



Il genio che lo ha inventato meriterebbe non dico una statua, ma almeno una targa, una giarrettiera, una onoreficenza. Spero che egli sia ricco e famoso, e viaggi su una carrozza dorata tra gli applausi della folla.
Questo aggeggio semplice ma efficace funziona così: acchiappi la puntarella, la spingi attraverso la grata et voilà! Fine del lavoro. Butti nell'acqua e,  quando torni, la trovi fresca di messinpiega, soavemente arricciata come se non avesse fatto altro nella vita.



E siccome il genio è contagioso, nel mio piccolo ho subito intuito che c'era un margine di perfezionamento a un risultato già molto soddisfacente: il taglio a polipetto*.
Il taglio a polipetto, a parte l'aspetto ludico che già è fondamentale di per sé, permette di inforchettare comodamente lo sfuggente ortaggio, e di godere di un bocconcino perfetto.
Ed io da oggi in poi ne godrò a profusione. Grazie Veniero!




* a dire il vero la tecnica del polipetto me l'aveva spiegata anni fa Silvia, che viziosamente la applicava ai wurstel da friggere. Quindi è tutta una catena di virtuosa genialità che si sparge contagiosamente per il globo.

lunedì 9 febbraio 2009

Arturo, lo spremilimoni del futuro

Avevo sentito parlare di Arturo* da una amica qualche tempo fa, ed è immediatamente diventato un oggetto del desiderio. Pare che la dimostrazione nei mercati di paese riesca a radunare folle che neanche l'apparizione di Paris Hilton in mutande.
Ma se la metropoli in cui abito mi fornisce praticamente qualsiasi ingrediente del globo, dal lemongrass fresco alla carne di bufalo, non è ahimè una piazza inserita nei circuiti commerciali di Arturo. Quindi mi ero rassegnata a bramarlo e guardarlo via Youtube.



Fino a stamattina.
Perché stamattina è arrivata la postina e mi ha consegnato una bustina contenente... ebbene sì.
Grazie a questo mirabolante e inatteso regalo oggi mi sento realizzata, come essere umano e come massaia. Corro a comprare una caterva di limoni.

*Se qualcuno non se ne fosse accorto, il nome presenta altissimi riferimenti letterari. E non credo che siano involontari. "L'isola di Arturo" di Elsa Morante infatti, ovvero Procida, è la patria dei limoni più buoni dell'universo.

martedì 18 dicembre 2007

Una botta di casalinghitudine


Ho appena risolto con una ideuzza che mi pare brillante il problema dello stoccaggio in sicurezza delle padelle antiaderenti, e poiché mi sento generosa ve la regalo per Natale. Magari vi vien buona per risolvere qualche regalino dell'ultimo momento, a costo pressoché zero e tasso di manualità elementare.
Prima mettevo mettevo un foglietto di scottex tra una padella e l'altra, onde evitare di buttare via l'intera dotazione una volta all'anno causa graffi da sfregamento. Ora ammirate che elegante soluzione!
Ho preso dei panni assorbenti grandi (quelli morbidi e lavabili che si usano per le pulizie), ho segnato un cerchio di 38 cm di diametro e poi li ho ritagliati così:


Estetico, pratico, economico, efficiente.
Mi sento molto Casalinga Ideale (e così spero di voi).

domenica 23 settembre 2007

Purpett' again

Per cena dovevano essere eleganti e dietetiche lombatine di coniglio, cottura veloce e smilzo mangiare.
Invece è finita grassa.
Sotto al magma ribollente, si nascondono succulente polpettine.
Colgo l'occasione di presentare in pubblico il tegame di alluminio della nonna Erina. Più di mezzo secolo (e lo dimostra), ma è una delle cose di cucina che mi seguiranno sempre. Non la penso spessissimo, la nonna, ma credo che le farebbe piacere sapere che sta con me in cucina.

PS la giornata della Gattina, dopo una serie di estenuanti assalti all'uomo (io) e inseguimenti di ogni oggetto rotolante, ha raggiunto l'apoteosi con una pallina di Domopack in cui era stato conservato il parmigiano. Raffinatezza che l'ha mandata in estasi.

PPS dopo cena. Constato che va pazza, ma proprio pazza, per la salsa di pomodoro. Che non lo sappia il suo padrone, ma ha leccato il tegame con lingua adesiva fino a farlo splendere.

mercoledì 20 giugno 2007

Mesticheria


Una delle cose che mi piacciono più di Firenze sono le mesticherie.
In qualunque momento, si sa, uno può aver bisogno di reperire alcuni articoli di prima necessità, e al fiorentino piace avere sotto casa un posto dove trovare a colpo sicuro pentole di coccio, caccciaviti, setacci per la farina, televisioni, reti metalliche, brugole, gabbiette per i grilli, aggeggi per imbottigliare, barattoli, colle, sgabelli, scope di saggina e non, innaffiatoi, assi da stiro, terraglie, bottiglie col tappo a molla, scalette, moschirole, antiruggine, mortai, palette scacciamosche e manine grattaschiena, vasi da fiori, tazze di latta smaltata, teiere, bollitori, colapasta formato mensa, roncole, cestini, computer, sottopentola, pattine, naili (plurale di nailon), candele, guinzagli, portachiavi, stampini per dolci, pennelli, alari per camino, sgabellini pieghevoli, zanzariere, batticarne, metri a nastro, tagliauova, cazzuole, grattugine per noce moscata, lumi a petrolio, petrolio per lumi, spruzzatori, schiumarole, aspirapolvere, cardamaterassi.
Credo che ci sia qualcosa come una mesticheria ogni 100 abitanti.
Vi parlo delle mesticherie perché esercitano su di me una attrazione irresistibile. Parlano alla mia anima artigiana e a quella affetta da sindrome di Robinson Crusoe; alla massaia che è in me e al carpentiere che la ama; confortano il mio spirito stanco di globalizzazioni svedesi.
Nella mia cucina esistono, a guardare bene, svariati articoli tipici da mesticheria. Tutti amatissimi, e usatissimi.
Stasera ne ho ritrovato uno che giaceva nell'oblìo da molto tempo: il Tubo Delizia.

Il Tubo Delizia viene da uno dei pochi ferramenta ancora vagamente in spirito di mesticheria, che sta in corso Buenos Aires a Milano e sfoggia ancora una storica insegna Remington, rossa fiammante. E come si fa a non comprarlo, con un nome così? Serve a fare i polpettoni a bagnomaria. E' il sostituto tecnologico del tovagliolo arrotolato stretto e immerso nell'acqua.
Si fodera il tubo di carta oleata, si pigia il composto nel tubo e lo si mette a cuocere in piedi in una pentola. Si lascia freddare nel tubo, e poi si taglia a fette, che vengono belle rotonde. Mia mamma anni fa ci aveva fatto un polpettone di verdure al curry, una volta, tanto buono che me lo ricordo ancora. Ma chi se lo ricorda cosa c'era dentro...
Io ci ho fatto questo polpettone di tonno e patate, con capperi e pomodori secchi a pezzettini. Se è buono, poi vi dico.
Buona cena anche a voi.