sabato 15 agosto 2009

Trionfi

Ristabilisco di botto la mia autostima culinaria con queste bellissime (e buonissime) spighe.
La ricetta l'avevo trovata qua e me l'ero segnata in attesa di una occasione speciale: queste cosine che richiedono un minimo di manualità mi divertono sempre molto. Poco lavoro, molto gioco e soddisfazione garantita. E poi c'è dentro lo strutto, che è santo. Quindi a modo mio santifico il Ferragosto.
Per stasera, incredibile ma vero, ho preparato una cena sobria e vegetariana. Questo, immagino, di rimbalzo dopo aver scritto una lettera polemica ad una mia amica che medita di convertirsi a una vita di verdura e privazioni. Il mio inconscio sorride divertito dello scherzetto che mi ha giocato.

giovedì 13 agosto 2009

Disastri

In questi giorni ho esercitato al meglio l'arte della distrazione, dell'approssimazione, del fancazzismo, della svogliatezza e del cattivo umore applicato. Risultato: una pasta e fagioli immangiabile; un finto pesce da buttar via e questo favoloso gelo di mellone, che è la summa di tutte le cattivezze, l'apoteosi dello squilibrio, il trionfo dell'errore. Resta da capire QUALE errore, in questo caso, a parte l'assenza di fiori di gelsomino, ma insomma. La ricetta sembrava corretta e l'esecuzione anche. Il risultato, come vedete, non conferma affatto le premesse. Aggiungo che a coronamento dello schifo sapeva di buccia di cetriolo, neanche tanto fresco. Puah!
Vi auguro un Ferragosto meno indecente del mio - a meno che io non riprenda di colpo le mie normali capacità di rendermi la vita accettabile tramite il mangiare.

lunedì 3 agosto 2009

Sudare dentro se stessi

Mi hanno prestato questo librino grazioso e divertente. Non viene voglia di cucinare nessunissima delle ricette totalitarie: devo dire che il cibo russo ivi descritto è veramente il meno appetibile del globo, e genera una profonda depressione papillare anche solo a immaginarlo. Però mi è piaciuto molto lo spirito dell'autore. A voi questo utile consiglio, di stretta attualità:
"L'Uzbekistan, una repubblica plurinazionale di venticinque milioni di abitanti di cui la maggior parte sono giovani uzbeki; con grandi fiumi che seccano costantemente; deserti giganteschi; montagne che gettano poca ombra; e con una quinta stagione, chiamata čilla: quaranta giorni d'estate in cui le temperature diurne arrivano spregiudicatamente fino a cinquanta o sessanta gradi. Il segreto per sopravvivere in questo caldo è «sudare dentro se stessi». Per farlo, la gente del posto indossa spessi cappotti di piumino e beve tè verde bollente. In questo modo i cappotti si bagnano all'interno e restano asciutti fuori. È così che gli uzbeki si riparano dal caldo esagerato."

giovedì 30 luglio 2009

Catering a sorpresa


Torna mia mamma da un lunghissimo ritiro su un'isola greca, e vorrei ammorbidirle l'atterraggio nella metropoli asfissiata da una calura torbida e malefica. Avrà voglia di cose fresche, leggere, civilizzate, dopo tutto questo tempo di cucina pesantuccia e ruspante.
Preparo: gazpacho sperimentale, involtini di carpaccio su misticanza, insalata di lenticchie al limone. Comprerò per la via un buonissimo gelato: non ho la gelatiera (e mai l'avrò, se no finisce male). Preparerò una bella tavola e sparirò nella notte, sperando per una volta di apparire come la brava figlia che non sono quasi mai.

Il gazpacho sperimentale in realtà si chiama "Quaranta Gradi all'Ombra", ed è una ricetta di Carlo. Non conosco Carlo personalmente ma ho saccheggiato spesso il suo ricettario, e mi piace molto come cucina. Mi è piaciuto molto anche questo esperimento. Fresco, vellutato, inusuale. La prossima volta credo che proverò ad usare il melone bianco, che ha un gusto per me più interessante. Il melone, che non amo particolarmente, in versione salata invece mi piace sempre.

Per due persone:
  • 200 gr. di polpa di melone maturo
  • un pomodoro ramato grande (da cui ricavare 100 gr. di polpa)
  • peperoncino in polvere
  • sale
  • 20 gr. d'olio d'oliva extra vergine
  • uno schizzo di Angostura
  • 1/2 avocado (100 gr. di polpa)
  • 1/2 lime
  • 1 cipollotto fresco
  • 1 costola di sedano bianco dal cuore
Mettere nel frullatore il melone a pezzetti e la polpa di pomodoro, aggiungere una presa di sale e una spruzzata di peperoncino in polvere, 20 gr. d'olio extra vergine d'oliva lasciato cadere a filo e una spruzzata d'Angostura. Frullare il composto per un minuto, in modo che monti un poco e poi conservarlo a parte.
Frullare separatamente l'avocado con il cipollotto e il succo di mezzo lime, unite il composto di pomodoro e melone e frullare ancora in modo che i due passati si mescolino perfettamente. Aggiustare di sale e lasciate riposare in frigo per un'oretta. Servire la crema nelle ciotoline di portata, distribuendo in ciascuna un po' del cuore di sedano tagliato a lamelle sottili e due fettine di avocado.

martedì 21 luglio 2009

Corona di farro estiva

Cucinare, in questo periodo, proprio non mi va. Faccio il pane per me, e il nasello per la gatta che ne va pazza. Per il resto salame e qualche insalata come questa di becchime che vi propongo, perché è fresca, completa e aprire il frigo e trovarcela già pronta dentro fa piacere. Certo, prima ve la dovete preparare, ma io lo faccio al mattino e poi faccio finta di trovarla come per miracolo all'ora di cena. Sto delirando, scusate.

Piccola conversazione con il cassiere del supermercato, che sarebbe piaciuta ad Aldo Buzzi, il quale però ovviamente ne avrebbe fatto un capolavoro.
Metto sul nastro un nasello intero surgelato.
- Eh, in effetti il nasello ha il miglior rapporto qualità/prezzo.
- Sì, e poi questo surgelato è davvero conveniente.
- Se lo fa con il sugo pronto, quello della Mutti, viene una favola
- Sugo pronto? Aaah, il concentrato, intende.
- Sì, sì, quello nel tubetto.

Intanto appoggio due fette di filetto, offerta speciale al 40% ma pur sempre filetto

- Però il nasello a dire la verità è per il gatto.
- Viene una favola, guardi. Proprio come al ristorante.
  • 200 gr di farro
  • 100 gr di feta o quartirolo
  • una scatola da 180 gr di tonno al naturale (trancio)
  • mezzo peperone giallo
  • mezzo cetriolo
  • due coste di sedano bianco
  • due o tre pomodori ramati
  • un limone
  • una dozzina di olive nere
  • basilico
  • sale, olio extravergine
Lessare il farro e quando è tiepido condirlo con un filo d'olio e il succo del limone. Spellare i pomodori, privarli dei semi e farne una concassé minuta (pezzettini di mezzo centimetro). Tagliare le altre verdure di uguali dimensioni, idem per il formaggio. Snocciolare e sminuzzare le olive. A dirlo è niente, ma ci si mette una mezz'ora buona.
Aggiungere il tonno, il basilico, condire con olio e sale, e mescolare con il farro.
Ungere uno stampo da circa 20 cm di diametro, pressare bene il composto e metterlo in frigo almeno un paio d'ore.
Non aspettatevi che restino le fette: quando lo servite si sbriciolerà, e rivelerà la sua misera natura di insalata. Ma intanto è carino da portare in tavola.

sabato 18 luglio 2009

Amori difficili


Avrei un sacco di ricettine adatte al clima estivo che avevo messo via in altri momenti, ma in questo periodo non sto cucinando per niente e la mia regola è che qua pubblico solo quello che metto in tavola, nel momento in cui ce lo metto. In conseguenza, ora dovrei pubblicare la foto di un menhir di Parmigiano Reggiano, una rupe che mi hanno portato da Modena e che costituisce la mia principale fonte di sostentamento insieme al pane che mi faccio settimanalmente. Non mi pare il caso.

Quindi vi intratterrò con la mia vita sentimentale.

La mia vita sentimentale passata potrebbe essere argomento di un appassionante feuilleton in seicentoquindicimila puntate, dal titolo "Gli amori difficili", che vi terrebbe inchiodati qua a sospirare fino alla fine dei vostri giorni. Ma poiché amo la sintesi, la riassumerei così: non è andata bene.
Preso atto di questa sgradevole realtà, e della deplorevolmente scarsa qualità del materiale umano maschile reperibile nell'universo e dintorni, a un certo punto ho smesso di sperare in un miglioramento e mi sono prepensionata.
Però insomma, per essere una single felice ci devi essere portata, ed io non lo sono.
Almeno un gatto con cui scambiare delle effusioni e due chiacchiere a tavola e prima di addormentarmi, mi è proprio indispensabile. Infatti c'era con me la Paloma, che per 17 anni è stata la mia compagna mentre i fidanzati in prova andavano e venivano - soprattutto andavano, direi -, e con lei l'amore non è stato facile all'inizio: era una gattina timidissima e introversa, si è infilata subito Sotto il Letto e mi ha obbligata ad aspettare per mesi prima di decidersi a uscirne e a iniziare la nostra vita di coppia. Con lei, ogni passo verso l'amore è stato una conquista fatta di pazienza, corteggiamento delicato e rispettoso, ritirate strategiche, piccole concessioni, titubanze, aggiustamenti. Ma poi, quando ci siamo arrivate, è diventata la gatta della mia vita (qua potete commuovervi).
Quando è morta ho aspettato un bel pezzo prima di riuscire ad accettare l'idea di un altro gatto, ma poi ho incontrato la Emma, che era meravigliosa. Con lei l'amore è stato facile e appassionato fin da subito: mi ha voluto bene senza troppe manfrine, non era una persona sofisticata ma amava coccolarmi e farsi coccolare, dormiva felice e rilassata su ogni parte del mio corpo e aveva tutto quello che mi piace in un gatto. Sotto il Letto ci è andata solo per qualche pisolo estemporaneo. Infatti è durata solo pochi mesi, prima che Qualcuno decidesse che doveva morire di una malattia orrenda e lasciarmi sola (qua potete piangere).

Un mese fa, è piombata nella mia vita questa gattina, che finora ha avuto svariati nomi ma nessuno definitivo, dato che il suo vero nome dovrebbe essere Castigo, e non mi pare bello. È apparsa in una foto, ed era bella, ma talmente bella che anche se le circostanze lo sconsigliavano decisamente, me ne sono innamorata. Quando l'ho conosciuta fisicamente mi hanno messo in braccio questa felina piumosa e minuscola che si è ribaltata sulla schiena, ha fatto le fusa e in tre minuti si era addormentata. Dopo quella importante verifica non ho avuto esitazioni, e l'ho presa con me.
I guai sono iniziati subito. Ma insomma, è soltanto una gattina piccola che è stata appena separata dalla sua mamma, penso io, diamole il tempo di fidarsi. Seh. Fidarsi lei si fida, e non ha paura di niente. Semplicemente, non le piacciono un sacco di cose. Non le piaccio io, non le piace casa di mia mamma, non le piacciono le mie scarpe (infatti ci piscia sopra), non le piace la pappa, non le piace casa mia (infatti ci fa la cacca a scopo intimidatorio), non le piace essere accarezzata. Non le piace stare con me. Ovviamente ha preso possesso del territorio Sotto il Letto, e da lì pretende di comandarmi. Se vuole qualcosa, se lo prende senza ringraziare, o altrimenti protesta facendo danni, ma non mi spiega mai cosa vuole, devo indovinare e non indovino mai. Però non è feroce, è molto socievole con le persone, è serena, gioca con tutti e dorme nel mio letto. Non ha problemi di carattere, non è una gattina "difficile", non è spaventata né aggressiva. Solo, c'è qualcosa che non va nella sua vita con me: non mi ha riconosciuta come parente, ecco. E questo mi sta rendendo molto infelice.
Dov'è finito il batuffolo di cui mi sono innamorata? Cos'ho fatto di male per essere trattata così? Ho provato a confrontarmi sul piano della dominanza, e ho perso. Ho provato con la dolcezza, che è tuttora la mia linea di condotta, ma lei se ne fa un baffo. Ho provato con il dialogo, ma non mi capisce quando le parlo, e comunque se ne frega. Ho letto tutti i trattati di comportamentalismo felino a disposizione e ragionato con amici e veterinario, e non ho cavato un ragno dal buco se non che certi gatti sono fatti così, punto.
In preda a una crescente frustrazione, ho parlato con la persona che me l'aveva data, e finalmente ho capito una cosa fondamentale, che mi era stata taciuta: la gattina è cresciuta in giardino, con la sua mamma e i suoi fratelli, in assenza di umani se non in quanto erogatori di pappa. Questa è stata l'informazione che mi ha illuminata: a lei, semplicemente, non basta la vita che fa qua. Lei è una che vuole andarsene in giro a vedere il mondo, prima di tornare a pisolare sul divano. Non ha niente contro gli umani, anzi: le servono e prende quello che le danno, ed è disposta a una moderata intimità. Non è, e non sarà mai, solo una gatta da divano.

Io, lo sapete, ho questa convinzione che noi siamo al servizio dei gatti, e nulla mi farebbe più felice che essere al servizio suo, però il mio spirito di sacrificio non arriva al masochismo sentimentale. Per quello ho già dato con gli umani, e ne ho piene le tasche.
Quando amo, ho questa stravagante, egoistica necessità di essere ricambiata. Se no non ci riesco proprio ad essere felice, e il servizio diventa un peso.
Quindi, poiché io tutto posso darle ma non un giardino e una vita avventurosa, questa gattina forse deve trovare un'altra casa, un'altra persona e un'altra vita che siano più adatti a lei. Ed io devo trovare un gatto che sia adatto a me, alla mia casa e alla mia vita.
Mi rifiuto di vivere da separata in casa in contemplazione di una gatta bellissima che non mi ama, per i prossimi vent'anni. Gli amori difficili non fanno più per me.

Ecco: qua potete anche indignarvi.

martedì 7 luglio 2009

i Miscati

Avevo promesso i Miscati. E sia. Poi peggio per voi, io vi avevo avvertito. La dipendenza da miscati infatti è subdola e si installa nell'organismo senza dare segnali preoccupanti, finché un giorno vi trovate con sei chili in più e il surgelatore pieno di salsiccia perché l'idea di non averne in caso di crisi di astinenza è diventata intollerabile. E non esistono gruppi di self help dedicati, sappiatelo. Esiste però una Confraternita, una setta fondata da tale Nonna Maria che conta ormai innumerevoli adepti, che praticano segretamente la miscatologia e la diffondono negli angoli più reconditi del globo. Da oggi in poi usciamo allo scoperto, e ne sento tutto l'onore e la responsabilità.


Miscati di Nonna Maria
  • 500 g di farina O
  • mezzo bicchiere d'olio d'oliva extra vergine
  • un cubetto di lievito di birra
  • un cucchiaino da tè di sale fino
  • acqua tiepida q.b.
  • 300 salsiccia luganega
  • parmigiano reggiano grattugiato
Spellare la luganega e impastarla con un po' di parmigiano grattugiato, lasciar riposare il composto.
Intanto mescolare la farina con il sale, sciogliere il lievito in un po' di acqua tiepida, aggiungerlo alla farina, aggiungere anche l'olio e impastare aggiungendo acqua fino ad avere un impasto morbido ma che non si attacca alla spianatoia. Dividere la pasta in porzioni, stendere ciascun pezzo in una striscia di circa 10 x 60 cm. Ungerlo, e distribuire tante palline dell'impasto di salsiccia; spolverare con il parmigiano, arrotolare la striscia su se stessa nel senso della lunghezza e dividere in pezzi lunghi circa 25/30 cm.

Arrotolare ogni salsicciotto a spirale e metterlo sulla teglia ricoperta di carta da forno.

Ungere i panini in superficie con un po' d'olio e cuocere a 220° circa per 20-25 minuti finché non saranno coloriti.
I miei della foto sono orribili, ma erano i primi della mia vita e non mi azzardo a rifarli, troppo pericoloso.
Sì: mi chiamo Esmé e sono miscatidipendente. Con oggi, sono pulita da 36 giorni.

giovedì 18 giugno 2009

Ricominciamo

Uno dice: ma se non hai intenzione di prendere un gattino, cosa ci fai nottetempo in giro per siti di annunci di animali? Ottima domanda. Ci faccio che ognuno ha le sue forme di pornografia. Io, prima di mettermi a nanna, invece che sfogliare calendari di calciatori nerboruti, ogni tanto mi sollazzo così. Vado a vedere foto di gattini. Poi mi sento meglio, cosa volete che vi dica.
Questa però è stata una frecciata al cuore. Un colpo bassissimo, dato che la Emma se n'è andata da poco, e io avevo deciso fermamente di mettermi in cerca di un altro micio solo dopo l'estate. Il buonsenso dice così, no?
Già.
Ho chiuso il computer dicendo naaah, scherziamo. Ho dormito malissimo. La mattina ho messo giù il telefono tre volte ma alla quarta ho chiamato, sperando che l'avessero già data via. Non l'avevano già data via. Ho preso la metro e sono andata a vederla. E mentre lo facevo, mi davo dei pugni in testa per essere così carente di buonsenso, almeno rispetto alle faccende feline. Ma procedevo, spinta da qualcosa di più forte di tutto il resto.
Così, adesso, sono qua con questa nuova gattina.
È chiaramente una che mi darà del filo da torcere. Ha già cominciato.
Ma se le cose vanno così, è perché devono andare così, certe volte.

Prego solo che sia sana, e chi di voi ha seguito la storia della Emma, per favore preghi con me.

giovedì 4 giugno 2009

compiti delle vacanze


Lista delle cose che ho mangiato in questi giorni e non avrei potuto nemmeno guardare da vicino:
  • miscati*
  • prosecco (a stomaco vuoto)
  • salame di Cremona
  • salame brianzolo (credo di Montevecchia)
  • salame toscano
  • coppa
  • tarallini al finocchio
  • rosticciana alla brace
  • salsiccia alla brace
  • altro prosecco (a stomaco pieno, però in smodate quantità)
  • vinsanto e cantucci
  • spumante italiano
  • vino bianco generico da tavola
  • olive sott'olio
  • olive piccanti
  • olive al forno
  • frittata di cipollotti
  • pane fatto in casa e pecorino toscano, con un giro d'olio sopra (alle tre di notte)
  • zucchine, topolini di salvia con l'acciuga in mezzo, melanzane, calamaretti, gamberi, tutto impastellato e fritto (salvo i gamberi che erano nudi, e le melanzane che erano impanate)
  • risotto allo zafferano
  • mozzarella
  • pasta al ragù, scotta, fredda e schifosa, ma al circolo arci di sant'Anna c'era solo quella e bisognava sostentarsi per ballare tutta la notte
  • gelatino industriale, ebbene sì (minicono alla vaniglia)

Cose che avrei dovuto mangiare ogni giorno, e che ho schifato recisamente:
  • insalata verde con molti cetrioli, poco pomodoro e niente cipolla
  • fettina di manzo in padella
  • zucchine grigliate

Ora, sono un po' in difficoltà con la foto. Che ci metto?
Ho deciso per questa questa, emblematica, del valoroso chef alla postazione wok in esterna per il fritto. Così, per dare un'idea dello stile.

* poi vi spiego cosa sono. E quando li farete, sarete persi.

domenica 24 maggio 2009

Delizie turche


Nel mio patetico tentativo di perdere l'interesse per il cibo, è evidente che ci va di mezzo il blog. D'altra parte la rieducazione all'austerità passa necessariamente attraverso l'azzeramento non solo della pratica, ma anche dell'immaginazione. Bisogna semplicemente abolire l'argomento dal proprio sé. Funziona? No. Per il momento sono più che mai bracchetto ansioso, con la ciotola in bocca. Ma tengo duro.
Quindi ho perso il filo del racconto. E per adesso, è meglio che non lo riprenda.
Però vedo che voi qua ci venite ancora, fedelissimi, e mi commuovo per quei numerini del counter che immagino entrare ogni giorno speranzosi, e andarsene delusi.
A loro, lascio in eredità questi salatini che ho trovato deliziosi, e sono piaciuti tanto anche ai miei ospiti. Sono rapidi da fare ma lussuriosi, friabili, saporiti e grassocci, perfetti per un calice di prosecco: fatene tanti e cercate di farli piccini, che sono più carini. Fanno parte della collezione di ricette di Madama Lokum, che da Istanbul mi fornisce squisitezze che regolarmente entrano dritte nel mio repertorio di casa, come spesso le ricette orientali, che incontrano spontaneamente il mio gusto. Sarò stata una sultanessa, in qualche vita precedente?
Pogaca

per l'impasto:
  • 125 gr di burro
  • 1 tazzina da caffè di olio di semi
  • 1/2 bicchiere di yogurt
  • farina 00 (circa 300/ 350 gr)
  • 1 cucchiaino di lievito istantaneo
per il ripieno:
  • 200 gr formaggio feta mischiato a prezzemolo tritato
  • pepe bianco
per rifinire:
  • 1 uovo intero leggermente sbattuto
  • semi di sesamo bianchi e neri, oppure cumino, o papavero
La quantità di farina non è specificata nella ricetta perché si mette ad occhio, anzi a tatto: la pasta deve avere "la consistenza del lobo dell'orecchio" (pare che questa sia l'indicazione per la maggior parte degli impasti in Turchia: e la trovo molto efficace, oltre che sexy). Per le quantità sopra indicate degli altri ingredienti, a me ce ne sono voluti circa 300 grammi. Io ho anche barato sul burro e sull'olio: ho diminuito il burro a 80 gr e l'olio a 4 cucchiai e andava benissimo, anzi l'impasto mi è sembrato quasi troppo grasso. Quasi, perché grasso e friabile dev'essere, non è certo una ricetta ascetica, questa.

Impastare velocemente tutti ingredienti, dividere in tante palline poco più grandi di una noce e schiacciarle con il palmo della mano fino ad ottenere uno spessore di circa 3 mm. Mettere al centro un poco del formaggio lavorato con la forchetta insieme al prezzemolo e leggermente pepato, richiudere formando delle piccole mezzelune che andranno messe sulla placca del forno, spennellate di uovo e cosparse con i semini scelti. Io ho usato cumino e sesamo nero.
Si infornano a 170° circa per 15-20 minuti.
La foto è quella che è, ma ero in mezzo a una grande cucinata e l'ultimo dei miei pensieri era curare il layout.

mercoledì 13 maggio 2009

Count down -2 (la tentazione)

Rimettere le mani oggi pomeriggio, dopo queste ultime cinque settimane di galera, in qualcosa che riconosco come cibo è stato magnifico. E insieme difficile. Ormai il cibo (questo, non quella roba - sana e gustosa, sì, come no, certo, ci siamo capiti - che ho dovuto e dovrò continuare a mangiare per non tornare balena) mi fa PAURA. Ora che sono, per la seconda volta in questi cinque anni, tornata ad assumere la mia forma naturale con davvero grandi sacrifici, mi tocca fare i conti con delle scelte. Taralli sì: gioia immediata e sconforto postumo, o taralli no: rinuncia immediata e gioia postuma. The same, old story.
Ovviamente la risposta dovrebbe essere taralli sì, ma con estrema misura, e ragionando bene su cosa ci mangio insieme, eccetera. Il che costituisce, per la mia natura, quasi peggio che privarmene. Non ce l'ho, il senso della misura. O meglio, ce l'ho: è la sazietà. Non solo quella dello stomaco pieno, ma quella del desiderio appagato. La quale, se gli do retta, mi porta inesorabilmente verso la balenitudine.
Mi sono accostata quindi alla tarallificazione e alla cantuccificazione con un atteggiamento di chirurgico distacco: li ho fatti, e non li ho neanche assaggiati. Alla vista sono un po' troppo biscottati, ma non lo saprò fino a sabato. Stasera carne ai ferri e verdura, e pedalare.
Inutile dire che convivere con l'adorato Nemico per i prossimi due giorni sarà una discreta prova di carattere.

lunedì 11 maggio 2009

count down -5

Si scaldano i motori. Si riattivano e rinfrescano i sourdough mummificati e disidratati l'anno scorso, si ripassano ricette, si stilano liste della spesa. Tanto poi è tutto lì, no? Immaginare, vagheggiare, preparare. Poi alla fine sarà solo un aperitivo. Dddio, che parola benedetta: A-P-E-R-I-T-I-V-O. Una delle invenzioni più alte del mondo civilizzato.
Ma so che, comunque, né ora né forse mai, neanche nei miei sogni più perversi, potrò più avventurarmi in questo territorio qua, dove quindi spedisco voi peccatori a godere dei piaceri proibiti.

mercoledì 6 maggio 2009

Count down

Dieci giorni. Ancora dieci giorni. Ce la posso fare.

domenica 26 aprile 2009

Polpettomania: le polpette di mio fratello

Da Ora di cena

È un vizio di famiglia.
Mio fratello mi scrive:
"Oggi, dato il malotempo, mi faccio casalinga e mi impiegherò nella produzione industriale di polpette.
Sono uscito a fare la spesa sotto un tempestoso e scrosciante temporale. Ho comprato quintali di carne, prosciutti, uova, prezzemolo, parmigiano e chi più ne ha più ne metta.
Pane raffermo a volontà affogato nel latte.
Ad una stima approssimativa credo che saremo sui 4/5 Kili di roba.
Calcolando a spanne una trentina di grammi ciascuna, potrebbero sortire: 5 Kg : 30 cad. = 160 deliziosi bocconcini di polpettosa libidine!
Roba da far scoppiare anche il congelatore (e il fegato) più collaudati.
Quindi niente pennichella, grembiule da combattimento, radiolona giga, un paio di birre e via sulla spianata di Carrara (marmo di - n.d.r.) a tirar polpette su polpette.
Iddio solo sa quanto mi ci vorrebbe una bella moldava a darmi una mano...!"

Segno dei tempi: anche mio fratello si è dovuto piegare alla cottura in forno. Noto con malignità da primogenita che anche per lui gli anni passano, e bisogna stare attentini alla linea...

NB Per la precisione, le polpette erano 87, più il polpettone di recupero.
Le ho contate con occhio libidinoso, dal penoso limbo dietetico in cui giaccio e giacerò ancora per due settimane abbondanti; e nell'afflato di desiderio gli ho anche dato un nome ciascuna, per riconoscerle quando mi verranno a trovare in sogno. Spero sia stanotte, e spero sia uno di quei sogni che sembrano veri.

lunedì 20 aprile 2009

Emma


Venerdì mattina è morta la gatta Emma. Ero preparata, per quanto ci si possa preparare: ha iniziato a stare poco bene già in dicembre, ho saputo allora che non aveva possibilità di cavarsela. Per fortuna ha sofferto un po' solo nell'ultima settimana.
Ha vissuto poco più di dieci mesi, cinque in una gabbia al gattile e cinque e mezzo con me.
Della vita e del mondo, quindi, ha visto proprio poco. Però il poco tempo che ha passato con me è stato pieno di cose buone, per tutte e due. Ha avuto tutti i vizi possibili, e ha goduto dei piaceri fatti di niente di una cucciola. Ho potuto darle una fine quasi decente. Mi ha onorata della sua confidenza e ha approfittato di me come è giusto che sia. Si è padroni di un cane, ma si è al servizio di un gatto. È così.
Ora forse so cos'ho riconosciuto in lei che mi ha toccata tanto profondamente quando l'ho presa in braccio la prima volta: aveva bisogno di me. Era una creatura segnata: io ho visto solo la sua bellezza, in quel momento, ma il mio istinto evidentemente ne sapeva di più.
La sua presenza, nonostante la tristezza e la rabbia di saperla solo di passaggio nella mia vita, è stata una gioia. E anche un insegnamento, perché ho fatto l'esperienza di come si fa a vivere la gioia un giorno alla volta anche quando si sa che non ce ne saranno molti. Non pensavo.

domenica 12 aprile 2009

maracas

A dieta sì, ma con ritmo.
Per consolarmi della Pasqua di astinenza assoluta, ho avuto in regalo un uovo molto speciale.
Uno, dos, cha cha cha... uno, dos, cha cha cha... uno, dos, cha cha cha (a sfumare)

sabato 28 marzo 2009

Polpettomania: Köttbullar di fine inverno

Ho le braccia indolenzite, la schiena a fisarmonica, le mani scorticate come una megera, i capelli brinati di stucco, e non ho neanche cominciato a imbiancare. Lavorare da sola è davvero faticoso, forse avevo sopravvalutato le mie forze. Però è sparito un pezzo di muro, uno scaffale alto e sporco è diventato un mobile basso e riverniciato a nuovo, e sto buttano fuoribordo sacchi di zavorra accumulata in un ventennio, con la massima soddisfazione. Potessi fare lo stesso anche con la zavorra invisibile... una rivergination interiore ci vorrebbe, altroché. Con particolare riguardo alla partizione dell'hd che ospita l'area emotiva/affettiva.
Comunque: per non farvi sentire troppo trascurati, vi sparo una delle cartucce che avevo in serbo da quest'inverno, e ancora adatta al tempo piovoso e freddino. La saga delle polpette continua.
Queste sono svedesi le ho rubate a Sylakka, e non ho cambiato proprio niente. Quando scrive una ricetta lei, si fa così e basta. Quasi vincono il mio personale Oscar per le polpette in umido: squisite.

Köttbullar (polpettine svedesi)

Ingredienti per 4 porzioni
  • 500 grammi di carne trita mista: manzo e maiale, non troppo magro, o salsiccia tipo luganega, non aromatizzata
  • 1 cipolla piccola
  • un'idea d'aglio
  • 100 grammi circa di pangrattato
  • 1 uovo
  • 2 dl circa di latte
  • 100 grammi di parmigiano grattugiato
  • sale
  • spezie: 1 bustina di zafferano, 1 pizzico di cannella, 1 bella grattata di noce moscata, un pizzico di pepe bianco
  • farina q.b. a infarinare le polpettine
  • burro e olio
  • un po' di vino bianco per sfumare
In un contenitore capiente unire tutti gli ingredienti: la carne, la cipolla tritata finissima o meglio ancora grattugiata, lo spicchietto d'aglio spremuto, il formaggio, l'uovo intero, il pangrattato, e le spezie. Unire tanto latte quanto basta a farne una massa lavorabile e appallottolabile facilmente.
Eventualmente aiutarsi tenendo le mani bagnate di acqua fredda, per evitare di appiccicarsi troppo. Fare delle palline piuttosto piccole e poi passarle nella farina.
Scaldare in una padella capace un bel po' di olio e burro, che serviranno anche come base per la salsina di accompagnamento (dunque non bisogna essere troppo parchi!).
Quando i grassi sono ben caldi, cuocere le polpettine rigirandole perché non attacchino. Si devono cuocere bene, facendo la crostina, a fuoco medio-alto.
Verso la fine della cottura bagnarle con un po' di vino bianco. Lasciar evaporare e terminare la cottura. Togliere le polpettine dalla padella e metterle da parte.
In padella, col sughetto rimanente, preparare la salsa.

Gräddsås (salsa per Köttbullar)

Per fare la salsa si utilizza la stessa padella in cui avete cotto le polpettine, usando come base il fondo di cottura rimasto, dopo aver tolto eventuali briciole di carne.
Se il sughetto vi sembra scarso, aggiungete un po' di burro e fatelo fondere dolcemente.
Aggiungete a poco a poco tanta farina da formare una pastella piuttosto densa, continuando a mescolare con un cucchiaio di legno per non formare grumi.
Cuocere a fuoco dolce, fino a che non prenderà un bel color biscotto (non deve scurirsi troppo però...). Aggiungere del brodo per stemperare e portare a bollore mescolando. Continuare fino a che si addenserà fino alla consistenza voluta.
Rimettere le polpettine nella salsa, scaldarle e servire con patatine lessate o purè, marmellata o passata di lingon (mirtilli rossi). Che a me non piace tanto, per cui non ce la metto, però ci andrebbe.

mercoledì 11 marzo 2009

Polpettomania: Avgolémono

Sono polpettomane.
La polpetta è per me irresistibile.
La nobile schiatta delle polpette si divide in due grandi categorie: le polpette crude e le polpette di avanzi. Poi ci sono le polpette asciutte e le polpette al sugo, e qua la faccenda si complica e si ramifica.
Nella mia famiglia, l'arte della polpetta di avanzi (leggi polpette di lesso, categoria "asciutte") ha raggiunto vette di eccellenza. Mia mamma mette immediatamente su il lesso quando mio fratello si degna di avvertire in anticipo del suo arrivo in città, per avere l'avanzo da polpettare. Io questa cosa un po' la invidio, confesso.
Il lesso non è un piatto da single. Va da sé che nel mio menage non è previsto assolutamente, come il roast beef; e la mia polpetta preferita non la mangio pressoché mai.
Quindi per forza di cose io mi dedico all'arte solitaria della polpetta cruda, la quale ha comunque una sua nobiltà.
Così mi sono venute fuori queste polpettine che mi sono piaciute davvero un sacco (sapete che sono di gusti semplici).
Avevo in mente la salsa avgolémono che faccio per i dolmades (involtini greci di foglie di vite con carne e riso), e volevo delle polpette che non facessero rabbrividire il mio dietologo, una volta tanto. Mi pareva che vitello, spinacio e avgolémono andassero a nozze, e non sbagliavo.
Quindi questo è un piatto di cucina fusion, wow.

Ecco a voi (dosi come sempre per uno buzzicone, o due sobri e ascetici):
polpettine agvolemono
  • 200 gr vitello macinato
  • un pugno di spinaci lessati e sgocciolati
  • 1 limone non trattato
  • burro
  • olio
  • timo
  • farina
  • sale
  • pepe
  • brodo leggero di carne o 1/2 dado
per la salsa:
  • il succo del limone
  • 1 uovo
Lavorare gli spinaci cotti, strizzati e tritati con la carne e un pizzico di timo, sale, pepe e una grattata abbondante di buccia di limone. Formare le polpettine, infarinarle e dorarle in olio e burro, aggiungere brodo abbondante. Abbassare il fuoco e cuocere un quarto d'ora.
Nel frattempo montare l'albume a neve, sbattere il tuorlo con il limone e incorporare delicatamente l'albume.
Quando le polpette sono cotte, e il fondo di cottura ancora abbondante, aggiungere alla salsa d'uovo un paio di cucchiai d'acqua, e poi un mestolino del fondo di cottura delle polpette. Versare nella padella il composto e mescolare bene per un minuto o due, tenendo la fiamma bassissima, perché si scaldi e si mescoli con il fondo formando una salsa leggermente spumosa.
Io ho servito con riso integrale. Ovviamente un Basmati, un Thai o un Gange sono molto meglio.

P.S. Mi sono accorta adesso che ieri era il secondo compleanno di questo blog. E che il primo post, guarda caso, parlava di...

venerdì 6 marzo 2009

All we need

Approfitto di una pausa nel muro d'acqua per inforcare il cavallo d'acciaio e correre ad approvvigionarmi. Dura la vita del motorinista. Ho il consueto aspetto elegante e ben curato che contraddistingue la mia mise da Slunga: pantalonacci di velluto a coste con tasconi, stivalamento da trincea, pettinatura da casco, borse da sbarco. All'uscita sono carica come un mulo di ogni bendiddio e, come si addice a una signora, fischietto "All You Need Is Love". Mi viene incontro sul marciapiede una creatura delle savane, una regina namibiana inguainata in un piumino color argento incrostato di specchietti, cosce poderosissime, fronte altera, sguardo ultraterreno. Senza perdere un colpo mi sussurra: "Ooooh, yeah!" .
E poi dicono che fare la spesa è una faccenda da massaie.

mercoledì 18 febbraio 2009

Variazioni sul finocchio

I finocchi mi hanno salvato la vita in questo miserabile inverno dietetico. Però ero davvero stufa di rosicchiarli crudi (per quanto, alle tre del mattino, in preda agli attacchi di fame, benedetto sia il rosicchiare).
Ho recuperato stasera una ricetta che un tempo facevo spesso, e poiché è un accostamento di sapori inusuale e molto azzeccato, ve la passo. Magari scrivendone mi viene anche voglia di mangiarli, chissà. Che veramente, ma proprio veramente, al momento mi farei una pizza.
Finocchi allo zafferano
  • 2 grossi finocchi
  • 20o gr polpa di pomodoro
  • 1 cipolla bionda
  • 1 spicchio d'aglio
  • 2 cucchiai d'olio extravergine
  • 1 bustina di zafferano (se avete i pistilli, meglio)
  • un pezzetto di buccia di limone
  • 1/2 bicchiere di vino bianco
  • sale e pepe
Affettare la cipolla a velo, sbucciare e schiacciare l'aglio. Farli appassire dolcemente in una padella con l'olio, unire la polpa di pomodoro. Salare, pepare e cuocere una decina di minuti. Nel frattempo dividere in 8 spicchi i finocchi e sbianchirli in acqua salata (o nel micro, dico io).
Aggiungere al sugo lo zafferano, la scorza di limone a filettini e il vino bianco. Quando riprende il bollore aggiungere i finocchi, coprire e far andare a fuoco dolcissimo per una ventina di minuti. Controllare il sale. Servire tiepidi.
La ricetta è di Annalisa Barbagli "La cucina di casa" del Gambero Rosso. Libro che non smetterò mai di consigliare. La foto è orrenda, sembrano dimenticati da una settimana fuori dal frigo, ma questo dice solo che le foto rispecchiano lo stato di chi le scatta, c'è poco da fare. Dio, cosa non farei per una pizza. Margherita, con tanto fiordilatte, cornicione basso e bruciaticcio.