lunedì 9 luglio 2007

Adieu


La mia gatta amatissima se n'è andata giovedì.
Ha avuto una fine relativamente serena, grazie all'aiuto prezioso di una giovane, generosa, immensamente disponibile veterinaria, che ha saputo accompagnarla - e sostenere me - in tutto il doloroso percorso verso la decisione inevitabile con pazienza, rispetto, sensibilità e oserei dire amicizia.
Vivevamo insieme da 17 anni e due mesi.
Non le interessava molto il cibo, però le piaceva assai il tonno, e ultimamente si è degnata di assaggiare anche il salmone, con mia immensa soddisfazione.
Gradiva ogni tanto anche la mozzarella della pizza, ma solo in mano mia, e leccare tutto lo zucchero a velo del pandoro.
Le ho voluto bene più di quanto sono capace di dire.

mercoledì 4 luglio 2007

Pensierini


"La vera cuoca deve essere matura, deve conoscere la vita dal punto di vista del mondo, sia pure modesto; deve aver meditato sul bene e sul male, sia pure in modo umile e incongruo; deve esser passata attraverso il vaglio del peccato e del dolore, o almeno almeno, il che è spesso la medesima cosa, attraverso la prova della vita matrimoniale. Meglio di tutto sarebbe che avesse un amante, un amante feroce e brutale che la picchiasse e la accarezzasse, alternativamente; perchè ogni donna degna di questo nome è soggetta a bisogni psichici mutevoli, e ha il diritto di soddisfarli, e bisogna che siano soddisfatti fino in fondo, se il padrone deve godere di una cucina sana e buona."

Norman Douglas "Vento del sud"


Vi prego, vi scongiuro, di Norman Douglas cercate "Biglietti da visita" (Adelphi, 1983). Non è facile da trovare, ma vale la pena di battere le bancarelle, i remainder's, le librerie dell'usato, internet per averlo.
Se volete godere del privilegio di frequentare uno dei più grandi gaudenti del secolo scorso. Se vi necessita il diletto e il sollievo di stare accanto per un po' alla grazia, la cultura, la leggerezza, il senso dell'ironia garbata, lo spirito, la vera gioia di vivere, la classe di una mente vasta e serena. Se vi atterrisce il mondo come sta diventando - anzi, come ormai è diventato -, questo libro è un vero balsamo, un rifugio, una consolazione e una illuminazione felice. Una compagnia preziosa, e una lezione che vi piacerà imparare.
Buona caccia.

martedì 3 luglio 2007

Bombe

Schiero le mie truppe.

E poi le faccio esplodere.


Faccio appassire una cipollina in olio, aggiungo la polpa delle zucchine tritata e una punta di doppio concentrato di pomodoro e cuocio; poi mescolo con ricotta, abbondante feta, origano e inforno.

domenica 1 luglio 2007

Stormy drink

Temporalone. Me me sto tappata con le imposte chiuse (ho lavato i vetri ieri, impossibile che non piovesse) e uno squisito, profumato, ludico bicchiere di pinot chardonnay brut gelato, addizionato con un goccio di sciroppo di sambuco. Sapori che si sposano perfettamente con l'odore di ozono luciferino che si sprigiona dalla bufera là fuori.
Non vi dico cosa ci starebbe a fagiuolo adesso, perché qualunque essere dotato di un minimo di senso del sexy lo sa già per conto suo.
Brindo a chi può. E chi può e non lo fa è sceeeemo!

venerdì 29 giugno 2007

Come superare i momenti difficili


Da tempo vado meditando una specie di decalogo, che metta insieme quello che mi ha insegnato - o meglio: dimostrato - mia madre in materia. Mia madre è una che di momenti difficili se ne intende, vi assicuro.
Io sono una dilettante, ma nel mio piccolo ne sto passando una discreta serie.
Una delle regole è: una buona cena è un grosso aiuto per tirar fuori la testa dalla melma. Anche se non hai fame, anche se l'idea del cibo ti appare meno desiderabile di Rosy Bindi in vestaglia, anche se non vuoi dimenticarti a nessun costo che stai male (a volte siamo molto affezionati al nostro star male), anche se preferiresti farti camminare addosso da un nugolo di processionarie piuttosto che affrontare la masticazione: non solo mangiare è necessario, ma è proprio terapeutico. Unica condizione: che sia qualcosa di lussuoso, o di piccante, o di stravagante, o di laborioso. Che sia cibo per godere, non per nutrirsi. Non vale la minestrina.
L'altra regola riguarda il ridere, anche a costo di farsi fare il solletico, ma ne parliamo un 'altra volta.
Stasera il massimo che sono riuscita a fare, ma l'ho fatto diligentemente, sono spiedini di vitello e pancetta fresca marinati nell'harissa*, con una salsa di peperone rosso che promette benissimo. Tra cinque minuti vanno sulla graticola, e me li godrò, oh! se me li godrò.
Come al solito vi tratto esteticamente male, ma gli spiedini vanno mangiati caldissimi.

* Niente di che. Marinare i bocconcini di vitello nell'harissa (che vi ho già spiegato) e un goccio d'olio per un paio d'ore. Fare appassire mezza cipolla in un cucchiaio d'olio, aggiungere il peperone rosso mondato e affettato e un peperoncino fresco a pezzetti, salare leggermente e cuocere circa mezz'ora. Frullare.

lunedì 25 giugno 2007

Contenitore e contenuto


50 gr bulghur
1 cipollina fresca
2 pomodori ramati
un ciuffo di menta
1 ciuffo di prezzemolo
1 limone
olio, sale

Sciacquare il bulghur e metterlo a bagno in acqua fredda per 20 minuti. Scolarlo bene, metterlo in una terrina e condirlo con il succo di mezzo limone.
Togliere i semi ai pomodori e farli a dadini piccoli. Affettare la cipollina, tritare grossolanamente abbondante menta e prezzemolo.
Quando il bulghur si sarà completamente ammorbidito e avrà assorbito il succo di limone, aggiungere gli altri ingredienti, salare e condire con un filo d'olio.

Per la ciotola:
Prendere una palla di argilla, centrarla sul piatto del tornio... insomma, avete presente Ghost? Ecco. Vabbè. Con le dovute differenze. Ma insomma, comincio a produrre da me anche il vasellame. Ne sono orgogliosissima, e mi piace un sacco mangiarci dentro.

sabato 23 giugno 2007

Panzanella Senza

Noia. Noia profonda, abissale, definitiva, irriducibile. Forse, anzi, non è neanche noia: è accidia pura. Ciondolo in giro per casa, iniziando e non finendo lavoretti domestici pretestuosi e facendo danni. Ogni tanto, come Pisolo, mi abbatto sulla prima superficie imbottita e piana e schiaccio un sonnellino.
Ci vorrebbe proprio qualcuno che venisse a cena, per darmi modo di attivare qualche risorsa non dico creativa, ma almeno operativa. Per fare due risate, mettere giù una tavola carina, un po' di conversazione. Ma non c'è.
Così mi faccio una panzanella (è estate! maledizione! il tempo dei piaceri! della gioia! della felicità! poi passa! ricordarselo!). Una panzanella classica fiorentina, senza varianti, troiai, aggiunte, nobilitazioni. Senza peperoni, senza carote, senza sedano, senza tonno, capperi, olive, mozzarelle e quant'altro vado sentendo in giro. Solo pane toscano raffermo, pomodoro, cetriolo, cipolla, basilico, aceto, olio, sale e pepe.

Sto leggendo un libro su Bernard Loiseau, il cuoco che si è sparato qualche anno fa perché gli avevano tolto una delle tre stelle Michelin. Riflessione: davvero, a me piace proprio la cucina di casa. Non me ne frega niente dell'alta cucina. Mi girano le balle quasi subito quando si comincia a fare gli intellettuali a tavola. Eppure è strano: sono consapevolissima che la testa c'entra, nel mangiare, eccome se c'entra! E allora com'è? Per adesso, mi limito a rendermi conto che parlare di mangiare per me è una faccenda di testa e di cultura (e forse anche un tantino di perversione), mentre fare da mangiare e consumare il cibo, rispettivamente una questione di amore e di pancia.
Che donna banale, sono, alla fine. Tutta casa e panzanella.

giovedì 21 giugno 2007

Cena per il Grande Caldo


Il mezzo chilo di burro che ho chiarificato serve per attuare il piano criminoso di stasera, concepito e realizzato con l'aiuto di un complice fidato, che prevede cotolette alla milanese, accompagnate da patatine al forno e precedute da una bella frittata di maccheroni. Il tutto rifinito da gelato di crema cruda, a cura dell'ospite.
Un menu classico, leggero e digeribile, adattissimo agli attuali 30° .
Le cotolette le farò come le faceva mia zia, alte e con l'osso. Uno dei cibi legati indissolubilmente alla felicità di certi rientri da scuola, quando il mondo era radioso, il pomeriggio eterno e la bici rossa un fido destriero. I tempi delle merende di pane, burro e sale, delle michette imbottite di salame, del senso di immunità ancora intatto.
Ognuno ha le sue madeleines.

mercoledì 20 giugno 2007

Mesticheria


Una delle cose che mi piacciono più di Firenze sono le mesticherie.
In qualunque momento, si sa, uno può aver bisogno di reperire alcuni articoli di prima necessità, e al fiorentino piace avere sotto casa un posto dove trovare a colpo sicuro pentole di coccio, caccciaviti, setacci per la farina, televisioni, reti metalliche, brugole, gabbiette per i grilli, aggeggi per imbottigliare, barattoli, colle, sgabelli, scope di saggina e non, innaffiatoi, assi da stiro, terraglie, bottiglie col tappo a molla, scalette, moschirole, antiruggine, mortai, palette scacciamosche e manine grattaschiena, vasi da fiori, tazze di latta smaltata, teiere, bollitori, colapasta formato mensa, roncole, cestini, computer, sottopentola, pattine, naili (plurale di nailon), candele, guinzagli, portachiavi, stampini per dolci, pennelli, alari per camino, sgabellini pieghevoli, zanzariere, batticarne, metri a nastro, tagliauova, cazzuole, grattugine per noce moscata, lumi a petrolio, petrolio per lumi, spruzzatori, schiumarole, aspirapolvere, cardamaterassi.
Credo che ci sia qualcosa come una mesticheria ogni 100 abitanti.
Vi parlo delle mesticherie perché esercitano su di me una attrazione irresistibile. Parlano alla mia anima artigiana e a quella affetta da sindrome di Robinson Crusoe; alla massaia che è in me e al carpentiere che la ama; confortano il mio spirito stanco di globalizzazioni svedesi.
Nella mia cucina esistono, a guardare bene, svariati articoli tipici da mesticheria. Tutti amatissimi, e usatissimi.
Stasera ne ho ritrovato uno che giaceva nell'oblìo da molto tempo: il Tubo Delizia.

Il Tubo Delizia viene da uno dei pochi ferramenta ancora vagamente in spirito di mesticheria, che sta in corso Buenos Aires a Milano e sfoggia ancora una storica insegna Remington, rossa fiammante. E come si fa a non comprarlo, con un nome così? Serve a fare i polpettoni a bagnomaria. E' il sostituto tecnologico del tovagliolo arrotolato stretto e immerso nell'acqua.
Si fodera il tubo di carta oleata, si pigia il composto nel tubo e lo si mette a cuocere in piedi in una pentola. Si lascia freddare nel tubo, e poi si taglia a fette, che vengono belle rotonde. Mia mamma anni fa ci aveva fatto un polpettone di verdure al curry, una volta, tanto buono che me lo ricordo ancora. Ma chi se lo ricorda cosa c'era dentro...
Io ci ho fatto questo polpettone di tonno e patate, con capperi e pomodori secchi a pezzettini. Se è buono, poi vi dico.
Buona cena anche a voi.

martedì 19 giugno 2007

Coniglio "unciòvogliadidarmidafare"

Nella smania di cucinare, qualche volta dimentico che in fondo basta prendere dei pezzi di animale, metterci intorno delle patatine e infilare tutto in forno, per mangiare più che decorosamente. Ieri sera ho infornato questo coniglio qua, con un guazzabuglio di spezie che per caso si è rivelato azzeccato: finocchio, rosmarino, salvia, peperoncino e un po' di paprika per farlo arrossire.
Ovviamente l'idea di lasciare degli avanzi per stasera era solo un'idea.

sabato 16 giugno 2007

Home, at last!


Mi appresto a festeggiare il ritorno alla tana con una lussuosa, ricca, appagante, oserei dire imperiale pasta alla Norma. L'apoteosi del vermicello, il tripudio dello spaghetto, l'appagamento massimo ottenibile con una melanzana, della salsa di pomodoro (la MIA salsa di pomodoro, ovvero la Supersalsa di Pomodoro Basic) e poco altro. Poiché in occasione del mio personale e solitario festeggiamento non ho la minima intenzione di mangiare freddo per giocare alla piccola fotografa, vi accontenterete gentilmente di una foto preliminare. Intanto io vado a comprare la ricotta salata dal ladro qua sotto (l'unico negozio del quartiere aperto a Natale, Capodanno Ferragosto e alle dieci di sera. Dice di essere siculo, ma io lo so: è calabrese. Adotta da sempre il sistema del prezzo unico: uno entrava e comprava, che so, un fiordilatte, sei limoni e mezza pagnotta? quindicimila. Una bufala, un etto di filetto di maiale piccante, due arancini? quindicimila. Con il passaggio all'euro non si è scomposto minimamente: quindici euro. Però ha dei limoni buonissimi, le arance di Catona, delle mandorle mai viste e sua moglie, schiavizzata nell'appartamento soprastante, cala giù degli arancini favolosi a ore improbabili).

Recentemente ho sentito di un demente che vaneggiava di aggiungere una bustina di tè alla menta alla salsa della Norma; non mi sono degnata di rispondergli.
Perché, perché c'è sempre qualcuno che vuol fare l'originalone su questi capolavori, perfetti così come sono?

giovedì 14 giugno 2007

La soledad del manager -3

Alle 22.30, finito con il lavoro, mi merito una cena all'altezza dello sforzo compiuto.
Antipasto: patatine posse. Piatto unico: tonno, crackers, maionese residua del MacDonald's. Per finire, una composizione di formaggi da intenditori: provolone di plastica e Alpino. Un terzo di birra aperta martedì. Dessert: una barretta light ai fruttti di bosco, che porto in borsa da circa tre mesi, come le mentine di Pig Pen. Ma la tengo per dopo, adesso mi sento satolla.
Domani si torna a casa. Non vedo l'ora di gustare il panino Fattoria delle FS, che avrò per pranzo verso le 16.
Questa sì che è vita.

martedì 12 giugno 2007

La soledad del manager - 2

Sarà questo il punto più basso?
Comincio a temere il domani.

(Per la cronaca: dentro la scatola, c'era una doppia polpetta con una lingua di bacon estenuata, e un fluido arancione. L'ho lasciata chiusa per decenza e rispetto. Avete una dura giornata sulle spalle anche voi, poveretti).

lunedì 11 giugno 2007

La soledad del manager

Non la abbellisco in alcun modo. Non ci provo neanche. Questa è la mia cena di stasera, così com'è, reperita in un supermercatino cinese dietro la stazione. La favolosa vita dell'art director in trasferta. Altro che Cibreo. Dategli una occhiatina, per favore.
Diciamo che almeno ho dato una rinfrescatina al mio diploma in soppressologia, capitolo "Finocchiona".
Domani è un altro giorno. Comincerà con un Nescafè, se riesco ad accendere l'unico fornello che c'è qua.

domenica 10 giugno 2007

Harissa (in progress)



Domani ne me vado in trasferta, e immagino che avrò poco tempo e poca testa per mettermi a pensare al mangiare.
Vi lascio in custodia il mio cucciolo di peperoncino (alto ormai quasi 3 cm), e la mia ricetta dell'Harissa come ricompensa. Certo, bisogna aspettare che cresca. Crescerà, lui.
Io, mah. Innaffiarmi, mi innaffio.



15/20 peperoncini freschi (circa 300 grammi)
1 cucchiaino cumino in polvere
1 cucchiaino semi coriandolo pestati
1/2 cucchiaino cardamomo in polvere
4 spicchi d'aglio
il succo di mezzo limone
sale
olio extravergine di oliva

Indossate i guanti di lattice. Fatelo, perché là per là sembra non accadere nulla, ma dopo un'ora le mani scottano di brutto.

Pulite i peperoncini con un panno, apriteli in due per il lungo, togliete (quasi) tutti i semi. Questo dipende da quanto sono piccanti i peperoncini: se non sono carognissimi, io qualche seme ce lo lascio, per potenziare. Mettete i peperoncini in una bacinella, copriteli con 2 manciate di sale grosso e fate riposare una notte.
Scolateli dal liquido che avranno prodotto, sciacquateli e asciugateli con carta assorbente, dopodiché si può procedere in due modi: o li si frulla così come sono, con le spezie, il succo di limone, l'aglio sbucciato, il sale e l'olio. Metodo più faticoso, perché i maledetti non si lasciano poltigliare tanto facilmente. Ma forse dipende dal mio frullatore scasso. Facendo così, io poi mi ritrovo a doverli passare nel passaverdura con il disco disco fine per eliminare le bucce.
O, come ho fatto l'anno scorso, li si passa per qualche minuto in padella, coperti, per farli appassire e poi li si passa nel passaverdura, insistendo finché restano solo le bucce trasparenti, e ogni polpa posibile sia stata spremuta.
E' in ogni caso un lavoro rognoso, ma vale il risultato.
Quello che si deve ottenere è una consistenza cremosa, senza frammenti di buccia.

Poi mettete in barattolo e conservate in frigo, con un velo d'olio. Non dura in eterno, ma per una ragionevole quantità di tempo.
Se volete far provvista per l'anno, allora la trattate come la salsa di pomodoro: sterilizzate dei barattolini piccoli, ci mettete l'harissa e risterilizzate per almeno 30 minuti bollendoli in pentola, completamente coperti d'acqua.
L'anno scorso l'ho fatto, e mi sono trovata bene.

venerdì 8 giugno 2007

Giovane Fico


In qualità di coltivatrice orgogliosa di orto metropolitano, vi presento i frutti del raccolto 2007. Trattasi di n°1 fico, spuntato miracolosamente nonostante la maldestra potatura di fine inverno che ho inflitto alla pianta, che ha ormai 6 anni e non ci stava più sul davanzale della finestra.
L'anno scorso ne aveva fatti 5. Mi accontento.
Ma chissà che questo Fico, che proviene dal terrazzo di un amico che non c'è più, terrazzo affacciato su piazza Ghiberti a Firenze, prima o poi non torni a vivere là.

martedì 5 giugno 2007

Melting pot

Cena multietnica di alta qualità.
Riso rosso di Andasibe (provenienza: Madagascar, ma è un incrocio tra un riso bianco indonesiano e una varietà selvatica africana), sale Mirroir di Bolivia, olio extravergine biologico del Poggione (Pisa).
Ragazzi, che raffinatezze! mentre mangio, penso al fatto che un paio di secoli fa per mettere insieme questi tre ingredienti in una sola scodella ci sarebbero volute perigliose spedizioni navali, percorsi in mezzo alla giungla infestata dai serpenti, carovane di muli arrampicate su per montagne impervie, probabili perdite di vite umane.
Il riso è buonissimo, tosto, mi ricorda un po' il riso selvaggio americano ma con un delicato gusto di nocciola. Il sale, non ho capito. Il mio palato va alla ricerca dei diversi sapori del sale, ma a parte constatare che ci sono (voglio dire: c'è differenza tra questo e il sale raffinato normale che si usa in cucina. Questo non sa solo di salato), non riesce a individuare il carattere. Non è facile. Forse ho sbagliato a metterlo su un riso così caratterizzato e con un olio così fruttato, lo proverò sul pane per cercare di sentire meglio.
Voglio capire con cosa abbinare questo riso, e tutti i sali che ho in cassaforte.

sabato 2 giugno 2007

Tarallucci & vino


Ennesima giornata puah. Due crisi convulsive della gatta, due tentativi di attacco di panico a me (ma me li aspettavo, e non cedo, cippirimerlo!), pioggia battente, e come tocco finale compro un costume da bagno a scopo di consolazione e sbaglio la misura. Dove avessi intenzione di bagnarmi al momento mi sfugge, dato che anche questa estate passerà senza mare, a occhio. Di buono c'è che la misura sbagliata era quella del reggiseno: il che significa che la mia percezione del mio davanzale è sbagliata per difetto. Evviva!
Come estremo tentativo di risollevare quel che resta del giorno dalla miseria in cui è iniziato e proseguito, ho provato a impastare tarallucci. Sembra che funzioni. Sono buonissimi.
(accanto ai tarallucci, la cara ormai quasi-estinta Zia, che vi saluta affettuosamente)

P.S. Dopo l'aperitivo, mi aspettano rollé di vitello alla griglia con chimichurri, e - udite udite! - una torta alla crema di marron glacé, come rinforzo.

venerdì 1 giugno 2007

Ossicini



"Fu" carré di agnello con panure aromatica al timo.
Rosicchiato sfacciatamente con le mani, alla faccia del bon ton. Bardolino Chiaretto. (il chiaretto, mi hanno appena spiegato, è il vino che accompagnava la mitica schidionata di pollastri de I tre moschettieri di Dumas. Cosa di cui riparleremo).
La micia ha passato una buona giornata, e io festeggio.

martedì 29 maggio 2007

Attenzioni


"Si può sempre preparare una cena per se stessi, ma non è la stessa cosa che avere qualcuno che cucina per te. Una cena preparata per te è uno dei colpi più pesanti che si possano infliggere all’angoscia. E' come per i fiori; puoi sempre comprarteli, ma non avranno lo stesso profumo fragrante dei fiori che qualcun altro ha preso per te."

Tibor Fischer "Viaggio al termine di una stanza"

lunedì 28 maggio 2007

Mutazioni climatiche


Lo scioglimento dei ghiacciai fa strani scherzi? Ci piove in testa di botto tutta l'acqua che non è venuta giù quest'inverno? Gli orsi non sono andati in letargo, e adesso sono magri e assatanati? La grandine ha sfondato l'uliveta, spiaccicato le fragole e annichilito le rose? No problem. Noi marmotte avvedute avevamo stoccato in tana uno stinchetto di maiale per i momenti duri dell'inverno, che invece viene buono per i momenti duri della primavera.
Anzi: confesso che guardavo con una certa apprensione all'idea di uno stinco in umido con polenta a Ferragosto. Anche se non sarebbe stata la prima volta.

(Si sa, si parla del tempo per non parlare delle altre cose. E non ne voglio parlare, sono troppo brutte).

sabato 26 maggio 2007

Zuppetella


La contrattazione per conseguire 3 etti di talli (o tenerume, come lo chiamano qua) al mercato è stata dura, e ha lasciato entrambe le parti insoddisfatte: io perché ne ho avuti 600 grammi (il doppio di quello che mi serviva), e il cingalese perché me ne ha venduti la metà di quella che riteneva essere la dose minima consentita (un chilo, signò).
Come ogni anno, l'acquisto dei talli mi porta attimi di celebrità al mercato: i milanesi non hanno la minima idea di come mangiare questo fogliame peloso e avviluppato, e quando vedono che lo compro mi obbligano regolarmente a una lezione di Zuppetella sulla pubblica via. I banchisti campani si commuovono e applaudono, a volte fioccano anche proposte di matrimonio. Una di queste volte accetto e mi sistemo, sarebbe anche ora.

Credo però che ci sia un copyright sulla mia cena, per cui non oso pubblicare la ricetta.
Se Noyra legge, mi autorizzi esplicitamente (il silenzio assenso, su queste faccende delicate, non basta).


Ok, allora la Zuppetella di Noyra (versione semibrodosa) l'ho fatta così:
talli (altrimenti detti tenerume)
cipollotto fresco bianco
zucchine neonate con fiore
patate novelle
basilico
eventuale crosta di formaggio giurassica

Ho mondato il vegetale togliendo tutti i piroli (queli cosi a cavatappi con cui la pianta si ancora per arrampicarsi), scartando le foglie più grosse e tentando di conservare i gambi, dopo aver sbucciato via la parte fibrosa. Ovviamente va a finire che li butto, è davvero un lavoro seccante. Ho tritato una cipollina bianca fresca, l'ho brevemente soffritta senza farla colorire in una pignatta, ho fatto a dadini le patate (questa volta erano belle patanelle novelle mini, quindi ho lasciato la buccia e le ho tagliate a quarti). Ho separato i fiori di zucchina li ho puliti e ho fatto a rondelle le zucchine.
Ho aggiunto al soffrittino prime le patate, poi dopo qualche minuto le zucchine, e ho fatto stufare per un quarto d'ora. Poi ho aggiunto i talli, e dopo 10 minuti di cottura anche i fiori. Ho aggiunto un po' d'acqua (mica tanta, a me piace a metà strada tra l'asciutto e il brodoso), sale e ho fatto andare fino quando le patate erano cotte.
Se avete la crosta di formaggio, la pulite, la fate a pezzetti e la aggiungete dopo la verdura. Ci sta da dio. Se avete del pane biscottato, va bene anche quello in fondo alla scodella. Ma a me piace di più senza.

Come dice la Armida, che ne fa una versione sicula, è un cibo che consola: è verissimo. Ti rimette al mondo.

giovedì 24 maggio 2007

Reminiscenze


Un po' il caldone, un po' tutto il resto, stasera desidero solo un petto di pollo alla griglia.
Così rispolvero una insalata estiva che avevo concepito per mio menù nazidietetico dell'anno scorso, e mi piaceva: petto di pollo grigliato, zucchine a fette spesse grigliate, fettine sottilissime di limone, spinaci baby. Condimento: limone, sale, poco olio, curry Madras mild. Però ci sparo sopra un po' di Trebbiano, per inaugurare il mio lussuoso refrigeratore di bottiglie.

mercoledì 23 maggio 2007

Avanzini

Che ci faccio con un pugno di fave fresche e qualche asparago?
Le fave le ho spellate, le ho frullate con un pezzetto di feta, aglio, qualche mandorla pelata, menta, olio. Le punte di asparagi le ho sbollentate e aggiunte al momento di condire.
Buono! Perfettibile, ma buono!

martedì 22 maggio 2007

Sisters


Quando le Sisters si muovono, fanno sul serio. Marciano in missione all'alba, con supremo sprezzo del pericolo, in esclusivissimi golf club per rubare le fragoline di bosco, e non le fermano recinzioni né rovi. Stratificano terrine e poi le sottraggono spietatamente alle boccucce fameliche di infanti e compagni. Saccheggiano salumifici e procacciano rarità esotiche, interrogano vinai con lusinghe e se serve anche minacce. Convergono da ogni angolo della pianura con zaini, panieri, involti e borse termiche.
Brindano con vini in tinta con i vestiti. O si vestono in tinta coi vini? Non mi stupirebbe.

Ripartono lasciando pacchettini di piacevolezze nascosti dappertutto, dispensatori di buonumore a scoppio ritardato.

domenica 20 maggio 2007

Sado o Maso?


Le mie amiche, ho scoperto, se ne intendono di fruste, e mi hanno regalato questo modellino davvero perverso. E dire che a vederle sembrano così delle ragazze così ammodo...
Con questa, la panna si monta da sola (per la paura).

mercoledì 16 maggio 2007

Gioielli


Vorrei che si ammirasse in tutto il suo splendore il mio primo regalo di compleanno: tenendo in debito conto il fatto che viene fino da Napoli; che è stato confezionato sacchettino per sacchettino, cristallo per cristallo da un maschio (!) adulto, mancino e non particolarmente versato nei lavori manuali (nella mia cucina era addetto alla pulizia del prezzemolo, un modo per evitare che facesse danni per circa 90 minuti); che i sali in questione, oltre ad essere pregiatissimi non sono stati acquistati - poiché non erano in vendita, ma ottenuti mediante favori, promesse e intercessioni (non voglio sapere quali).
Insomma, io mi commuovo, che altro posso fare?

Per superare i sentimentalismi da strapazzo, non mi resta che laccarmi le unghie dei piedi con un rosso sanguinario, inserirli nei sandaletti fiammanti e andare a cena (vabbè, con mia madre, non si può avere tutto) in un ottimo ristorante greco.

martedì 15 maggio 2007

'a Caprese


Si avvicina il dannato compleanno, e questa volta NON farò la Caprese, perché mi hanno promesso la Torta delle Fate del Bosco (che trovo entusiasmante e appropriatissima per l'occasione, qualunque cosa sia).
Però non posso esimermi dal rendere omaggio.
La povera Caprese, oltre ad essere una delle torte che più amo, è anche una delle più bistrattate. Sento spesso di lievito, farina, fecola, vanilline, limoncelli e chi più ne ha più ne metta. Questa è la ricetta più semplice e referenziata, frutto di un annoso e piacevole lavoro di messa a punto sulla base del motto di Coco Chanel, che, a proposito dell'eleganza consigliava: "Togliere, togliere, togliere! ".
La torta deve venire bassa e restare un po' umida all'interno. Se volete proprio ammazzarvi, accompagnatela da qualche cucchiaio di panna fresca leggermente sbattuta (non proprio liquida, non proprio montata).

per una tortiera da 22 cm:
150 gr mandorle pelate
150 gr cioccolato fondente al 75%
100 gr burro (riducibili a 80)
4 uova (3 tuorli + 4 albumi)
100 gr zucchero (se il cioccolato è molto amaro, se no anche 80)

Tritare le mandorle nel mixer, lavorare zucchero e tuorli, aggiungere il liquore (non previsto nella ricetta classica) e poi il cioccolato sciolto a bagnomaria o nel micro insieme al burro. Mescolare con la farina di mandorle.
Montare le chiare a neve e aggiungere delicatamente all'impasto.
Tortiera imburrata e infarinata, forno 160° per 50 minuti circa (circa!).
Raffreddare sulla gratella e spolverare di zucchero a velo.
N.B. (i 160° sono veri, misurati con il termometro da forno, non quelli dichiarati dalla manopola ufficiale che raramente è giusta).

(Sorry, la foto è penosa, però è un caro ricordo).

lunedì 14 maggio 2007

Dicevamo: felicità.

E la felicità, lo sanno tutti, abita in Grecia.



Lo zio Saltiel si era svegliato di buon'ora. Alla finestra della piccionaia che ormai da tanti anni gli serviva da abitazione e che era posata di sghimbescio sul tetto della fabbrica abbandonata, il vecchietto si spazzolava meticolosamente la redingote nocciola e cantava a squarciagola che l'Eterno era la sua forza e la sua torre e la sua forza e la sua torre. Di tanto in tanto si fermava per aspirare gli aromi che il vento marzolino spandeva sull'isola di Cefalonia.
(...)

Sul tetto, davanti alla finestra, c'era la sua colazione. Tre piatti. Un'oliva, una cipolla, un cubetto di formaggio. Prese delicatamente l'oliva e la mangiò con una crosta di pane raffermo. Fischiettò l'inno nazionale francese poi innaffiò il formaggio con qualche goccia d'olio e lo assaporò proteggendosi la redingote con la mano sinistra e approvando a occhi chiusi la squisitezza dell'aroma. Sul piatto della cipolla si posò una mosca. Lo zio Saltiel gettò il bulbo contaminato nella strada deserta, pronunciò la benedizione dei liquidi e bevve con affabilità e soddisfazione.


Albert Cohen "Solal"



domenica 13 maggio 2007

riso Venere

Stasera riso venere con mazzancolle, asparagi, fave e piselli freschi. Niente cupoletta. Troppo stanca. Non era neanche male, a parte che non c'è carne dentro (non venitemi a dire che i gamberiformi sono carne). Però mi ha dato il pretesto per una bottiglia di vino bianco.
Dopo, mi sentivo insoddisfatta e mi sono messa nel piatto un cubetto di feta con olio squisitissimo e origano. Il che mi ha ricordato l'incipit di un libro, il quale (incipit) riassume e rappresenta per me una delle forme elementari, complete e soddisfacenti di felicità. Appena esco da quest'incubo ve lo faccio leggere. Chissà com'è bella Paxos in questa stagione.

(La gatta ha mangiato da sola. Lo so, non è una notizia da prima pagina, ma qua da me sì).

sabato 12 maggio 2007

Lapin (dedicated to Snoopy)

Questa è LA ricetta del coniglio attualmente in auge chez Esmeralda. Sta in un libro di cucina casalinga che apprezzo molto e che frequento spesso, ma l'ho scoperta solo ultimamente e fatta mia con piccolissime modifiche. Vogliate gradire.

A margine: vedete la cupoletta di riso? Non è là a caso. Non è un patetico tentativo di fare bella figura. Vuol dire che quando si è nei momentacci si può reagire in diversi modi. Il mio è curarmi pervicacemente di me stessa, nei dettagli. Quelli inutili, quelli che "ma chi te lo fa fare che sei stravolta". Ecco, recuperare quei due grammi di voglia per fare la cupoletta di riso ribadisce che ci sono, ci tengo, la vita è bella e piena di piaceri nonostante i dispiaceri, etc etc.
Etc.

  • un coniglio a pezzi da circa 1 kg
  • 1 bicchiere di vino bianco secco
  • 1 tazza di brodo delicato
  • 3 cucchiai di olio extravergine
  • 1 limone non trattato
  • 1 mazzetto di prezzemolo
  • 4 spicchi d'aglio
  • farina

Infarinare leggermente i pezzi di coniglio.
Preparare un trito finissimo di prezzemolo, e spremere l'aglio con l'apposito attrezzo.
Scaldare l'olio in un tegame largo e far rosolare dolcemente i pezzi di coniglio per una mezz'ora, aggiungendo poco brodo per volta in modo che la carne non si attacchi.
Quando la rosolatura sarà completa bagnare con tutto il vino, salare, pepare e aggiungere il trito di aglio e prezzemolo.
Spremere il limone e prelevare qualche striscia di buccia e tritarla finissima.
Cuocere coperto ancora una mezz'oretta, girando la carne ogni tanto.
Quando è cotto aggiungere il succo del limone e la buccia, riscaldare ancora qualche minuto.
Deve risultare una salsa abbondante e non troppo spessa.
Servire con riso bianco lessato (come vi pare, io uso il basmati e lo cuocio ad assorbimento o in tortino) o un contorno di patatine novelle al vapore e carciofi in umido; ma anche il puré ci sta bene.

venerdì 11 maggio 2007

bs


Per un po' sarò occupata a imboccare un gatto malato (non ditelo a Snoopy).

martedì 8 maggio 2007

Firenze News

Per oggi, vi basti sapere che a Firenze ho mangiato le Ficattole. La foto non ce l'ho perché mi sono distratta e le ho finite. Come turista, faccio schifo.

domenica 6 maggio 2007

Pig Chips?

Nell'ambito della prestigiosa manifestazione TUTTOFOOD, alla fiera di Milano, Nemo Next Food presenta una serie di cosette. Non ho capito se devo proccuparmi o giubilare, o cosa.

P.S. ma non li avevano già inventati, i ciccioli?
Food Innovation
"Happy pig: per la prima volta il salume diventa chips. Attraverso un processo di disidratazione che mantiene inalterate tutte le proprietà organolettiche di prosciutto, salame o coppa, trasforma i salumi in croccanti snack, rendendo più semplice e pratica la degustazione ed eliminando i vincoli di conservazione del consumo fresco."



sabato 5 maggio 2007

Momentacci

Che ci crediate o no, tra poco in tavola c'è pizza surgelata, scongelata nel microonde.

venerdì 4 maggio 2007

Contrordine!


Melanzane, peperoni, pomodori? Tzatziki? Gazpacho? Macché.
Giusto il tempo di fare la bocca al menu estivo, e invece si sono aperte le cateratte del cielo e la temperatura è di nuovo da minestra.
Uffa.
Si ripiega rapidamente su zuppetta verde di asparagi, zucchine, fagiolini, patata, orzo e prezzemolo, e a cuccia sotto la copertina. Speriamo che sia l'ultima.

(Mai provato a fotografare una zuppa mentre bolle? Per non annebbiare totalmente l'obbiettivo, bisogna spolmonarsi a soffiare e poi gira la testa come dopo aver gonfiato un intero materassino. E quelli sniffano colla, tsk)

giovedì 3 maggio 2007

Ancora riso




Direi che siete pronti per un altro po' di Aldo Buzzi (categoria lettteraria: Manna).
Niente di trascendentale, qua sembra uno scrittore normale. Ma per poter apprezzare il suo spirito superiore, bisognerebbe leggere tutto il capitolo (che comincia da lontano). Anzi: tutto il libro.

Ma dato che da qualche giorno si parla di riso, restiamo in tema:

Tornato sul Continente mi venne voglia di un piatto di riso in bianco come lo mangiavo da bambino a Firenze, nella villa Torriccia della cara zia Anna. Al cancello della villa c'era la casa dei portieri, che mi chiamavano "signorino", e in fondo al giardino un'altra costruzione, una specie di rustico che era il garage con sopra l'abitazione dell'autista, più tardi, in tempi meno facili, affittata a un pittore. La cuoca era di Greve, il paese del Chianti, e si chiamava Assunta. Era analfabeta, cosa allora abbastanza comune, una delle tante persone che vivevano tutta la vita senza leggere un rigo, ma per la cucina toscana, anche se non poteva consultare l'Artusi, era bravissima. A tavola eravamo sempre in tanti, come a Spartà, così il riso arrivava in un immenso piatto di portata che l'Assunta reggeva a fatica. Lo zio, a capotavola, era il primo a essere servito. Era il padrone. Assaggiava un boccone e dava il suo assenso all'Assunta, autorizzandola a servire gli altri.
Quando arrivava in tavola il pollo, dopo l'assaggio lo zio diceva, quasi costretto a ciò dal pollo stesso che per il suo sacrificio sembrava esigere una parola di riconoscente apprezzamento: «Il pollo è sempre pollo».


Il riso non era né un piatto toscano né un piatto complicato: riso in bianco, coi chicchi grossi, molto cotto ma non stracotto e condito con moltissimo burro e parmigiano. Era bianchissimo con qualche riflesso celeste, e buonissimo. Forse era merito del riso. Forse del burro e del parmigiano. Forse c'era un segreto dell'Assunta. Ho provato diverse volte a rifarlo ma come quello non mi è mai riuscito.

Un'altra caratteristica di quel riso è questa: tutti quelli che sedevano allegramente a tavola davanti al loro piatto di riso (Alessandro, Alex, il figlio minore degli zii - magro e con un grande pomo di Adamo, tratti caratteristici del forte mangiatore - ne prendeva una porzione enorme) sono, meno chi scrive, tutti morti, «se ne sono tutti andati» avrebbe detto Basilio Puoti. Anche l'Assunta cuoca, finita a Sesto San Giovanni, un posto senza colline, senza vigne, senza ulivi, senza cipressi, senza allori. E anche la bella villa Torriccia, demolita per costruire sul posto dei condomini.


Dice Eraclito l'Oscuro: «La stessa cosa sono il vivo e il morto, il desto e il dormente».


Aldo Buzzi
"Viaggio in terra delle mosche e altri viaggi"

Scheiwiller, 1987

martedì 1 maggio 2007

mangiare basic

Quando sono proprio giù, ma tanto giù, divento sommamente capricciosa in fatto di cena.
Ho fame, ma non voglia di cucinare. Ho fame, ma non voglia di pensarci. E non sono disposta ad accettare cibo solo per nutrirmi. Di cosa ho voglia?
Se il livello di scazzo è limitato alla noia e alla stanchezza, si va di cose esotiche, o esperimenti. Se la faccenda si configura come tristezza vera e propria, la voglia chiama verso i mangiari dell'infanzia.
Se la cosa si fa spessa, non resta che andare sempre più sugli alimenti di base. Più lo spirito sprofonda, più ho bisogno di cose semplici ed eccelse. Se fosse accessibile, vorrei la manna. La manna del Cielo, alimento e non cucina; alimento per nutrire e placare e consolare e soddisfare.
E' il caso di stasera. Oggi è il sesto anniversario della scomparsa del mio migliore amico. Ho lavorato tutto il giorno, mentre l'umanità intera stava col culo nell'erbetta a fare pic-nic (per inciso: adoro i pic-nic). L'ispezione del freezer non ha rivelato ispirazioni epocali.
Ma, grazie a un amico attento ed affettuoso, che sa del mio bisogno di riso come si deve, avevo in dispensa il Riso Gange, che alla manna somiglia parecchio.
Così, ho cenato con scaloppine limone e prezzemolo (categoria "cibi dell'infanzia"), e riso lessato (categoria "manna").
Ma non pensate al solito riso: questo è una cosa che quando lo scoli, senti un profumo che ti leva la voglia anche di condirlo. Va bene così, non ha bisogno di niente.

Stasera ho scoperto che 22 persone hanno letto i miei vaniloqui. Praticamente, una folla. Ma io voglio sapere cosa mangiate voi! Se no, che senso ha?

sabato 28 aprile 2007

Cheese Watching

C'è chi si sdraia in un prato pieno di formiche per guardare le nuvole, chi striscia nelle paludi travestito da botte per spiare il beccaccino, chi contempla col binocolo la vestizione dell'aitante dirimpettaio. C'è chi, come la mia gatta, raggiunge il Satori guardando il cestello della lavatrice che gira. In effetti, in famiglia non siamo del tutto normali: io ho passato due anni a osservare ogni sera una porzione di terra sassosa nell'Antartico. Si copriva lentamente di neve, poi la neve si scioglieva. Arrivavano dei pinguini, poi partivano. Ogni tanto, passava un iceberg. Ma era troppo frenetico per i miei gusti.
Se siete seguaci dell'inattività e in sintonia con la necessità di partecipare al Grande Nulla, vi propongo questa particolare contemplazione:
http://www.cheddarvision.tv/

venerdì 27 aprile 2007

Chiuso per digestione

Ospiti! Che siano benedetti.
Ieri sera due amici a cena mi hanno dato il pretesto per fare un gran frittone. Ho impastellato e fritto e mangiato con soddisfazione asparagi, anelli di cipolla, zucchine a tronchetti e un esperimento che mi è piaciuto molto: spaghetti di zucchine. Ovvero lunghi fili di zucchino, tipo spaghetti alla chitarra, tagliati con la mandolina, buttati nella pastella e poi nell'olio bollente a cucchiaiate.
Non ci ho messo anche il Saganaki, perché sapevo che sarebbero arrivata una selezione di formaggi di capra (e che formaggini! di Peck! Lusso inaudito!), che ho scaldato su crostini con miele di lavanda. NB: ogni donna avveduta deve sempre avere in casa del miele di lavanda, casomai un ospite arrivasse con dello chèvre semistagionato da giustiziare.
Gran finale con un pampepato di Ferrara.
Menu leggerino, insomma.
Quindi stasera mi finisco il vermentino e il formaggio, e cerco di riprendermi.
Hasta siempre.

giovedì 26 aprile 2007

Pagine



William Saroyan è un autore che va dritto alla radice delle cose. Sembra semplice, e lo è. Sembra essenziale, e lo è. Sembra ingenuo, e non lo è. Fa bene come bere acqua di fonte (e infatti ne parla spesso, dell'acqua da bere).
E' armeno. Scoppia - letteralmente - di vita.
Fa parte da tempo del mio piccolo mondo di scrittori del cuore. Quelli che vai a trovare quando ne hai piene le scatole delle stronzate. Quando ti sei impelagato in pensieri farraginosi. Quando hai bisogno di una ripulita.
Ieri sera leggevo questo:

"... L'uomo è qualcosa di più che l'abitante di un corpo, ma è anche questo; sarebbe un errore sottovalutarlo. Anche il massimo distacco non può mai essere totale. È al suo meglio quando gli impulsi del corpo sono minimi, sotto controllo.

Io e il mio corpo desideravamo e bramavamo molte cose, tutte collegate tra loro, tutte, nell'insieme, una sola cosa: realizzare me stesso come creatura che vive e opera ai massimi livelli. Era un desiderio prepotente. Volevo acqua, luce, aria, buoni odori da respirare - acqua, erba, foglie, fiori, frutta, terra. Mangiavo angurie, fichi, albicocche, pesche, uva, pere, meloni verdi, arance, fragole, mandorle, noci, tutte le delizie che crescevano nella campagna di Fresno. E più insolite: loquat, mandarini, cachi. Volevo pomodori, peperoni, cetrioli, volevo mangiarli direttamente dalla pianta. Tutti i tipi di pane, e il formaggio bianco degli armeni, puro o mescolato con verdure, fresco o stagionato. Acqua. Dopo tutto il resto volevo acqua.

Volevo la carne, rossa e rovente dallo spiedo sul fuoco; cotta in pentola con cavolo, okra, fagiolini, peperoni, pomodori, melanzane; pomodori, cetrioli, zucchine, melanzane oblunghe e sottili, peperoni ripieni di carne trita e pezzetti di grano, polpette di carne con cipolla, erbe e chicchi di melograno. Grassa carne arrosto, con riso o polenta di frumento. Volevo il latte acido degli armeni, da loro chiamato matzoon, da altri yogurt; mangiarlo da solo, versano sul cavolo ripieno, mischiano con menta e cetrioli, accompagnarlo con il pane bianco, sottile e croccante degli armeni. Divoravo enormi quantità d'aglio, ero più assetato che mai, e l'acqua di Fresno era buona.

Volevo carne trita con riso ed erbe avvolta in foglie di vite. Stufato di carne con verdure e albicocche secche. Tutte le pietanze di cereali e lenticchie, con o senza carne. Volevo mangiare, mangiavo, poi bevevo acqua. La bevevo per ore, dopo ogni pasto. Andavo avanti e indietro dal lavandino della cucina, dove mi rifugiavo a leggere, e bevevo direttamente dal rubinetto, o riempivo un bicchiere e bevevo, lo riempivo e bevevo, senza sosta.

Volevo mangiare perché mangiare è una gioia. Il cibo giovava al mio corpo e ancora di più l'acqua dopo mangiato. Ne ero convinto. Il mio corpo amava il buon cibo, io amavo il buon cibo; la mia anima, il mio cuore, la mia intelligenza. I poveri se sono intraprendenti non conoscono la fame, a meno che non si diffonda un'epidemia di colera, o non ci sia davvero un soldo. Nella mia famiglia ci procuravamo sempre il denaro per mangiare; avevamo tutti un grande appetito da soddisfare.

Se non ci potevamo permettere un cibo, mangiavamo in gran quantità quello che ci potevamo permettere. Preparavamo piatti fantastici con gli ingredienti più economici. La farina era sempre accessibile, e cuocevamo pane di tutti i tipi; cucinavamo il riso in dieci modi diversi; la polenta di frumento accompagnava molte pietanze; verdura; frutta; foglie di vite: ci bastava andare nella vigna di un amico e raccogliere foglie tenere a volontà. Le mettevamo nei barattoli appena sbollentate e ci bastavano fino alla stagione successiva.

Mangiare non basta. Soddisfare i piaceri del corpo non è sufficiente. Mangiare e lottare, come la metteva mia madre, non era abbastanza. Io e mio fratello invariabilmente ci alzavamo da tavola pieni di cibo e ci prendevamo a pugni in cortile, un po' per gioco, un po' sul serio."

William Saroyan
In bicicletta a Beverly Hills - Marcos Y Marcos, 2001
(The Bycicle Rider in Beverly Hills, 1952))

martedì 24 aprile 2007

Outback Steakhouse Bloomin' Onion

Esistono cibi mitici. Qualcosa che hai sempre desiderato assaggiare, ma è per qualche motivo irraggiungibile. Qualcosa che solo a sentirlo nominare fai le bave. Qualcosa che hai assaporato, immaginato, perfezionato nelle lunghe notti insonni. Non so i vostri (e vorrei tanto saperli). Tra i miei, ci sono: il frutto dell'albero del pane (desiderio che mi porto dietro da quando imparavo a leggere, e imparavo sulla edizione integrale de I pirati di Mompracem, e mi si è piantato nella memoria); un vero asado argentino, fatto con le mucche argentine, in una Quinta argentina. Il caviale Ossetra non pastorizzato, almeno quello, l'ho raggiunto.
Ultimamente alla lista si è aggiunta la Outback Steakhouse Bloomin' Onion.
Conservo questo progetto nel mio cuore da circa un anno, da quando cioè un amico di chat me ne ha fatto una descrizione poetica e sublime. O forse prosaica e sublime, non ricordo.
E lo scorso agosto ne ho quasi sfiorato la realizzazione, ma come sempre accade tra questa e le circostanze avverse c'è stata battaglia, e hanno vinto queste ultime. Perché, per la Onion, ci vuole un cipollone di dimensioni colossali. Un cipollone di circa un chilo. E, in Italia, cipolle di quella stazza si trovano solo in Sicilia, e sono le cipolle di Giarratana. E io le ho toccate, le ho avute in braccio, le ho cullate! Ma il mio bagaglio ed io dovevamo arrivare da Siracusa al Canavese in nave e in treno - praticamente "Dagli Appennini alle Ande" - e assolutamente una cipolla grossa come la testa di un bambino di otto mesi non poteva seguirmi. Per cui ho dovuto congedarmi da esse, con la promessa e la speranza di riuscire, un giorno, a ricongiungerci in prossimità di una pentola adatta.

La cipolla

1 uovo
1 tazza latte
1 tazza farina bianca
1 1/2 cucchiaini da tè sale
1 1/2 cucchiaini pepe di caienna
1/2 cucchiaino pepe nero
1/4 cucchiaino origano secco
1/8 cucchiaino timo secco
1/8 cucchiaino cumino
1 cipolla gigante di spagna (3/4 pound or more)
olio per friggere




La salsa

1/2 tazza maionese
2 cucchiaini ketchup
2 cucchiai da minestra pasta di rafano
1/4 cucchiaino paprika
1/4 cucchiaino sale
1/8 cucchiai da tè origano secco
1 pizzico pepe nero
1 pizzico di pepe di caienna

1. Preparare la salsa mescolando tutti gli ingredienti in una codellina. Metterla in frigo coperta.
2. sbattere l'uovo con il latte in una ciotola abbastanza grande da immergere la cipolla.
3. In un'altra ciotola, mescolare la farina, il sale, il pepe, l'origano, il timo e il cumino
4. tagliare la cipolla: Per prima cosa togliere circa 1,5 cm da ciascuna delle due estremità. Togliere la buccia esterna. Usando un coltellino, togliere il cuore della cipolla per un diametro di circa 2 cm. Con un coltello lungo e affilato, incidere la cipolla seguendo il diametro, per circa circa 3/4 dell'altezza. Girare la cipolla di 90° e fare lo stesso in senso trasversale al primo taglio, formando una X. Dividere ogni quarto in 4 parti, con molta delicatezza, sempre facendo attenzione a non arrivare fino al fondo della cipolla.
5. allargare i "petali" della cipolla. Gli strati tenderanno a restare attaccati insieme, bisogna separarli per riuscire a cuocerli meglio.
6. immergere la cipolla nel composto di latte e uovo, e poi coprirla generosamente con il miscuglio farina-spezie. Separate ancora i petali e cercate di far penetrare il composto. Quando la cipolla è ben ricoperta, rituffatela nel latte e ripetete l'operazione. Questa seconda immersione fa sì che la cipolla non perda la copertura durante la frittura, cosa che tenderà a fare.
Mettete la cipolla su un piatto a riposare in frigo per un quarto d'ora, finché non sarete pronti con l'olio.
7. scaldare l'olio in una pentola alta. Accertatevi che l'olio sia sufficientemente profondo per coprire completamente la cipolla mentre frigge.
8. immergere la cipolla nell'olio con i petali in alto, e friggetela finché sarà ben dorata. Toglietela dall'olio e mettetela a scolare su abbondante carta assorbente
9. disporre la cipolla su un piatto, allargando i petali in modo da creare lo spazio per mettere una ciotolina di salsa nel buco al centro.

Si stacca un petalo alla volta, e lo si bagna nella salsa.

Non è romantico?

lunedì 23 aprile 2007

Gimme an onion

Dopo voglio mettere le istruzioni della ormai mitica Outback Steackhouse Bloomin' Onion. Ma devo trovare tutti i pezzi.

Per stasera vogliate gradire la francescana cipolla al forno del mio desco. Mangiare da Re.



Prendansi un paio di cipolle, avvolgansi nella stagnola. In mancanza di una cucina economica, mettansi in forno - mentre cuoce qualcos'altro - per circa un'oretta.
Aspettare che si freddi, sfogliare e condire con pepe nero, olio extrabuono e basta. O, avendolo, del timo fresco.

domenica 22 aprile 2007

Peperoni (again)



A me piace fare la spesa al mercato del sabato. Però, porca miseria, se prendi meno di due chili di qualsiasi cosa ti guardano come se non avere a casa sei bocche da sfamare sia una cosa da infami. Un attentato all'economia nazionale, un fallimento esistenziale, un peccato da scontare mangiando friarielli per tre giorni di fila, zucchine per una settimana, e non parliamo dei 10 carciofi regolamentari, capaci di venire a nausea anche a una carciofaga? carciofofaga? insomma, entusiasta divoratrice di carciofi come la sottoscritta.
I peperoni arancioni, insomma, erano tanti. Ma me li hannno ficcati in braccio con tanto entusiasmo (e il banchista era così carino, diciamolo, con certe ciglia da gazzellone del deserto), che stasera me li ripropongo senza troppe lamentele. Ci impapocchio sopra una salsa tonnata residuale, con tonno, capperi, acciuga dissalata, petit suisse, prezzemolo e harissa.
E la messinscena non è granché, ma parbleau: ho passato la domenica in cucina sì, ma col portatile a studiare i feed rss, i fogli stile css e tutto il resto che bisogna capire per arredare un blogghettino semplice e modesto come questo. Mentre la lavatrice macinava instancabile carichi di golf, che è proprio ora di metterli via.


sabato 21 aprile 2007

Bracchetti si nasce?



E' questo, il momento duro. Lasciamo stare il perfetto giorno di primavera che dolcemente declina lasciando il posto alla perfetta sera di primavera (che è anche peggio), la quale precede la notte di primavera (insostenibile). Lasciamo stare che è sabato etc. E anche che nessun principe è previsto ospite alla mia tavola, tanto per cambiare.
E' che sono solo le 19:04 e le fettine di lonza stanno già in frigo a marinare, la provola è tagliata a bastoncini, il pangrattato è stato mescolato al parmigiano, le patatine novelle lavate e asciugate, le teglie in attesa. Ma è drammaticamente troppo presto per comporre gli involtini. E se apro una bottiglia di bianco adesso, per farmi mezzo bicchiere di aperitivo, la finisco prima che il tutto esca dal forno - ma che dico: prima che ci entri! E ciò non va bene.

Io credo di essere stata bracchetto, con la ciotola vuota tra i denti e lo sguardo ansioso.


venerdì 20 aprile 2007

Purpett'

C'è sempre qualcosa di cui consolarsi. Per consolarmi di non avere il prosciutto cotto, necessario per fare certi involtini agli asparagi che avevo in mente, con gli asparagi mi ci son fatta le polpettine. Nella ricetta originale andrebbero affogate nella fonduta e gratinate, ma volevo provare ad accompagnarle con lo zabaione salato: ce lo vedevo bene.
E c'avevo ragione, c'avevo.



(visto che sciccheria di piattino? Nella vita reale, ovviamente, i purpett' erano almeno 18, e sono state consumate alla bruttodio con le mani, tirando su la salsa col pane, da vera nobildonna).

mercoledì 18 aprile 2007

Mantecato riciclato

Avevo comprato al mercato dei peperoni arancioni. Segnaletici, bellissimi, mai visti in natura. Nel frattempo, per caso, ho avuto in eredità una dose smodata di baccalà mantecato. Cose che capitano, a noi fortunati.
Lo so, è banale: ma ho abbrustolito i peperoni e li ho spellati e divisi in due falde, li ho farciti di baccalà, ho aggiunto del prezzemolo, ho fatto su degli involtini e li ho ripassati in forno.
Marò! Che buoni. Non ce l'ho la foto, erano impresentabili. Ma li rifarò (cosa che consiglio vivamente anche a voi).

Ma che voi e voi?

Io avevo l'idea che qualcuno, prima o poi, leggesse i miei vaniloqui. E soprattutto commentasse, o meglio ancora mi raccontasse cosa c'è a casa sua, per cena. Il senso era quello. Che me ne faccio di un blog, arredato e apparecchiato, se poi ci sto da sola? Tanto vale, allora, mangiare in cucina davanti alla tv.
Se va avanti così, immagino che chiuderò bottega, e mi darò al modellismo navale.

martedì 17 aprile 2007

Pastina in brodo della pensione


Portare a ebollizione il brodo (lungo ma grasso) in una pentola di alluminio non perfettamente pulita. Gettare la pastina (stelline). Chiamare una amica al telefono e stare al telefono il doppio del tempo necessario alla normale cottura della pastina. Spengere il gas e quando la minestra è quasi fredda portarla in tavola e servirla nelle fondine gelate augurando buon appetito.

« Grazie altrettanto »



Amo Aldo Buzzi da più di vent'anni. La sua eleganza, la sua discrezione, l'occhio sottile, il garbo e l'ironia, la curiosità benevola e acuta. Insomma, la grazia.
So che lo ha ripubblicato tutto Ponte alle Grazie in tempi più recenti, per cui si trova. Leggetelo, vi prego. Non solo questo libro: tutti!

lunedì 16 aprile 2007

Maiale al Coriandolo (Afelia Me Pourgouri)



Ogni tanto mi faccio questo semplicissimo e aromatico spezzatino, che fa parte di quei numerosi piatti casalinghi che i greci si rifiutano, misteriosamente, di mettere a disposizione dei turisti (che così restano convinti che la cucina greca sia monotona e unticcia, e non è vero).
La ricetta originale è questa qua:

per 2 porzioni

per lo spezzatino:
400 gr spezzatino di maiale (non troppo magro)
2 cucchiai di semi di coriandolo
2 bicchieri di vino rosso
olio

Per il burghul:
burghul (grano spezzato) 1 volume
olio
cipolla tritata
acqua 2 volumi

Tagliare a bocconcini piccoli (2x2 cm o poco più) la polpa di maiale.
Scaldare l'olio in un tegame, rosolare la carne, aggiungere il coriandolo pestato nel mortaio (grossolanamente, non proprio polverizzato), poi il vino e cuocere a fuoco basso per circa un'ora.
Se asciuga troppo, aggiungere ancora vino.
Rosolare in olio la cipolla tritata, versare il burghul, insaporire mescolando, aggiungere l'acqua, salare, coprire, abbassare la fiamma al minimo e cuocere per circa 10 minuti senza più mescolare.
Servire caldo, mettendo nel piatto lo spezzatino sopra il burghul, accompagnato da un cucchiaio di yogurt greco intero.



L'unico difetto, a mio parere, è che la carne riesce un po' secchina. Allora l'altra sera ho provato questa variante, che mi è piaciuta altrettanto anche se viene fuori un piatto molto diverso: ho usato vino bianco invece del vino rosso. Ho aggiunto un cucchiaio di Maitzena, sciolto in un goccio di acqua, a un vasetto di yogurt a bassa percentuale di grassi e ho mescolato bene. Dopo circa mezz'ora, l'ho aggiunto allo spezzatino e ho lasciato cuocere ancora un quarto d'ora. La cottura nello yogurt (un classico della cucina mediorientale) mantiene la carne morbida, e produce una salsa delicata e vellutata. La maitzena va aggiunta per evitare che lo yogurt coaguli e "stracci" in cottura.

venerdì 13 aprile 2007

Tentativi virtuosi

Ieri sono entrata in uno di quei posti che vendono cianfrusaglie a 1 euro. Cercavo certi barattolini per le spezie, per stoccare una decina di pregiatissime bustine variamente maleodoranti che mi hanno portato dall'etiopia. Ovviamente ne sono uscita senza barattolini, ma con un servizio da 8 di piatti olandesi. Proprio belli. Sono 17 anni che mangio negli stessi piatti bianchi da trattoria (quando ho messo su casa non esisteva l'Ikea), quindi il cambiamento è epocale, in questo turbinio frenetico di novità che è la mia vita.
Tutta contenta mi son detta: valà, ceniamo leggero e magari vegetale, che una volta tanto male non fa. Mi sono fatta una deliziosa zuppetta di zucchine con l'uovo e la maggiorana, e una insalata di carciofi e grana. Vino, due bicchieri scarsi. Pane, il minimo indispensabile. Dopo cena, un quadretto (uno) di fondente. Voglio dire, una cosa normale, soddisfacente, e proprio non mi pareva di essermi fatta mancare nulla. Per sicurezza, prima di andare a letto, ho zavorrato con una mela.
Vallo a dire al mio stomaco.
Mi sono trovata alle 5 del mattino in cucina con in mano un pezzo di pecorino e un avanzo di pane pietrificato, che il mio subconscio aveva localizzato non so come nella scatola del pane vecchio.

Messaggio ricevuto. Stamattina sono uscita di corsa per procurarmi delle costine di maiale.
Non c'è verso. Non c'è proprio verso.

martedì 10 aprile 2007

Vera primavera


A sorpresa due giorni in Liguria, su per balze, a mettere il naso tra gli odori degli orti. Mi ci voleva.
Tripudio dei sensi: il sole caldo ma che non scotta ancora, l'aria fresca che accarezza, i ciliegi fioriti. Zagare e glicini e gelsomini, e chi più ne ha più ne metta. I pitosfori pronti a esplodere e saturare le prossime notti di dolcezza. Senza di me, ahimè, ahimè.
Nell'orto di Villa Kef mangio dalla pianta i piselli dolci come caramelline. Nel giardino di altri amici le arance e i mandarini rimasti ancora sull'albero dalla passata stagione. Nei prati trovo gli asparagi selvatici e i germogli di rovo e la menta e la melissa. Nel tempo di una scarpinata furtiva in cima alla collina, rubo senza pentimento in un orto mal custodito, e porto a casa un mazzo di maggiorana, origano, timo, salvia e rosmarino. Finiranno a profumare il mio sale quotidiano. Quattro limoni veri me li regala la nostra padrona di casa. Ah, non avere un giardino, proprio io, che ingiustizia.
In città guardo in alto e vedo continuamente terrazze vuote, deserte di piante, desolate, in un angolo l'armadietto per le scope e la scala, il condizionatore e lo stendipanni. Distese di piastrelle spazzate. Terrazze possedute da sciagurati, terrazze che potrebbero - che dovrebbero, perdio! - essere fiorite, con un tavolino fuori per le cene d'estate. Ma come vive la gente? Ma siamo pazzi? Esproprio, quello ci vorrebbe!

Per voi, un bouquet di limoni un po' mostruoso, direttamente dalla pianta.

giovedì 5 aprile 2007

W il pandoro

Tra i dolci che proprio non mi piacciono, e dei quali sono convinta che l'umanità farebbe a meno senza problemi, c'è la colomba. Apprezzo i canditi dentro e le mandorle sopra, ma per quanto mi riguarda potrebbero benissimo essermi presentati in un piattino, senza l'inutile contorno di pasta spugnosa e stucchevole. Tra le colombe, massimamente detesto quelle fatte in casa, salvo che il padrone di casa sia un pasticcere professionista e di razza. Ma in questo caso, sono certa che sceglierebbe un altro dolce da portare in tavola.
Mentre il pandoro.... ah, il pandoro. Che sballo.
Non si potrebbe fare un decreto che il pandoro è il dolce delle feste, tutte quante? Anche il venticinque aprile, anche primomaggio, il duegiugno, l'assunzione, soave pandoro e non se ne parli più.
No, la festa della Mamma no, per quella ci vanno i baci Perugina.

mercoledì 4 aprile 2007

Mangiare semplice


Per le costolettine di agnello scottate sulla piastra, ormai questa è la mia salsa preferita: yogurt Total con parecchia harissa, limone, sale e menta secca sbriciolata. Se l'harissa è fatta in casa con i peperoncini freschi (come ormai mi sono abituata, e c'è poco da discutere: è un lavoro noioso, ma merita di esser fatto), una cena ideale per me, che in fondo sono una personcina di gusti semplici. Meglio ancora se le costolette sono state messe a marinare per qualche ora con il limone e harissa.
C'era anche il pagnottone a macchina tramortito ma ancora vivo, che ho rivalutato un po', suvvia.
La conversazione, invece, in queste sere è proprio carente: la gatta è in fase bisbetica, invece delle consuete chiacchiere garbate dopo cena mi tocca ascoltare le sue lagne, e quando ha finito gira la coda e se ne torna nei suoi appartamenti invernali ostentando un massiccio groppone bigio. Cosa avrò fatto che non va?

Sovrastato dalla gran luna calante, ieri sera il palazzo di fronte era una costellazione di cucine e sale da pranzo. Una visione di intimità domestica che mi conforta - da lontano e con l'illuminazione adatta sembra possibile immaginare che esistano le coppie felici, le famigliole serene riunite attorno al tavolo. Ognuno nel suo cubicolo, che staranno mangiando? E perché io ho di queste curiosità? Eppure ce le ho. Mi piace sapere cosa c'è in tavola dagli altri, credo che sia una forma di contatto. Forse una delle poche senza controindicazioni.

lunedì 2 aprile 2007

Robot

Ho ereditato dal trasloco di un amico una macchinetta di quelle che fanno il pane da sole. Lo impastano, lo lievitano, lo cuociono e tutto. Confesso che parto prevenuta nei confronti di essa, sarà per via dell'atroce nomignolo con cui la appella il vasto popolo dei fan: "magicamacchinetta". Argh.
Comunque, alla vista, l'oggetto sembra un incrocio tra un semicupio e una lavatrice giocattolo.
Ci ho messo dentro delle farine, acqua, olio e lievito e son rimasta a guardare dall'oblò superiore cosa succedeva dentro. Mah. Fa su tutto insieme in una palla sfilacciata, emettendo dei rumorini meccanici di palese fatica. Io non sono di quelle sacrificali, né la voglio remenare con la sacralità del pane etc, però devo dire che avevo come un senso di raccapriccio vedendo quel lavoro di uncino, e pensando a con che grazia, invece, le mani lavorano la farina e la sentono scaldarsi e diventare pasta liscia e viva.
Poi si ferma e comincia a scaldare. Adesso è là, come una povera gravida, a incubare il bolo che cresce pericolosamente.
Poi vi so dire.



Ecco.
Dopo una serie di imperscrutabili fischi e beep, questo è quanto.
Considerando che ho pietosamente messo il cubo un po' sotto il grill, perché il pallore era circa quello delle guance di un bimbo cresciuto all'ombra dei condomini padani.
Il sapore? Decentissimo. Ma non come spiegarlo: morto.
Insomma, mi sfugge un po' il senso della cosa. Sospetto anche di aver consumato quanto un boiler, per mezzo chilo di pagnottone. Se uno non ha tempo o voglia o capacità di farsi il pane da sé, scende e se lo compra, no?